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Full text of "Lancilotto Poema Cavalleresco"

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LANCILOnO 



POEMA CAVALLERESCO 



PUBLICATO LA PRIMA VOLTA 

PER CURA 

DI 
CRESCENTINO GIANNINI 



IN FERMO 

PER LE STAMPE DI G. MGGGHI 
4871 



<Pz. 





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*. ^ ' 



f- I» 



i f 



PROPRIETÀ LETTERÀRIA 



' AGLI ONOREVOLI SIGNORI 
COMl»ONEN;ri LA GIUNTA MUNICIPALÈÌ 
DELLA CITTÀ DI FERRARA 

AVVOCATO CARLO CONTE GIUSTINIANI, ca- 
VALiEBB LUIGI CONTE SARACCO. GIOVANNI 
MARCHESE MANFREDINI, cavaliere ANTONIO 
SANTINI, dottore GIROLAMO SCUTELLA- 
RI, dottore cavaliere abramo P£SAR0, 
dottore professore ANTONIO SARATELil. 



Illustrissimi Signori, 



Insino da quando io giovincello u- 
divo Umanità sotto un maestro molto 
pratico della bisogna di nostra lingua, 
sapevami assai male che parecchie o- 
pere de' nostri classici se ne stessero 
neglette su per gli scaifali delle li- 
brerie, impedito così agli studiosi il 
poterne cavare loro prò. E donde mai 
la trascuraggine sì fatta di tenere a- 
scos^ tante preziosità, e mettere poi 
fuori tanta mondiglia, la quale a nis-» 
suno arreca utilità e onore'? E non sa^ 
rebbc un usare a bene le ricchezze, 



IV 

se coloro cha le :posseggono, procuras- 
sero simili publicazioni? La vera ca- 
rità della patria importerebbe che cia- 
scuno, secondo sua condizione, s' inge- 
gnasse di rinverdirne la gloria delle 
scienze e delle lettere. Tali cose an- 
dava io tra me e me ripensando; e, fino 
da' primi anni della mia giovinezza , 
postomi in cuore d'offerire all'Italia 
il Commento di Francesco da Buti so- 
pra la Divina Comedia, e lavoratovi 
sopra per oltre a tre lustri, non mi 
successe di trovare fra noi un'anima 
bennata, che all'impresa mi aiutasse; 
e queir aurea lettura forse giacerebbe 
ai più sconosciuta, se due chiarissimi 
stranieri ; l' inglese Giorgio Giovanni 
Waren Lord Vernon, e il tedesco pò- 
fessore Cario Witte con loro genero- 
sità e conforti non mi avessero soc^ 
corso» Questo al presente mi è piaciuto! 
signifitcare, perchè, avendo ora da un 
codice laurenziano, che unico si cono- 
sce, tratto copia dei Cantari di Lan- 
celotto, per testimoniare con essi' la^ 
mia reverenza al nativo luogo del^ so- 
vrano poeta romanzatore, grandemente 
il mio animo si è rinfrancato nell' in-* 
tendere che Voi, gentili e ss^ienti reg- 



giteri di codesta città, facevate btion 
viso alla mia proposta d'intitolape nel 
vostro nome questo poemetto, il qua^ 
le, se non vuoisi reputare il piil an-r 
ti€0,. gli è però da giudicare il meno 
rozzo tra tutti quelli di tale specie 
dettati in sullo scorcio del quattorde- 
cimo e la prìma metà del quindicesi- 
mo secolo. E non si paiono qui per 
appunto quei germogli, che indi per 
r eccellenza àrìV artificio di Lodovico 
Ariosto produssero nel nostro Parnaso 
tanti bellissimi fiori? Ma innanzi che 
'di^ questo particolarmente, ragionerò 
alquanto sulle universali in acconcio 
di tal sorta componiménti. . Air epopea 
favolosa il triplice ordine de' romanzi 
oavalleresclii ; brettoni, spagnuoli e 
fi^anobiv porse la materia, la quale^ sa 
da terra straniera ci venne portata, 
r Italia nostra può a ragione ^ gloriarsi 
cbd i suoi letterati, pigliati^la così -nuda 
coin' era, in questo ameno .suolo, e sot- 
to l' azzurro nostro cielo, con la pò-* 
tenza del genio, sdegnoso di seguire 
gli^ altrui ritrovamenti, la trasmutaro- 
no in. tale una forma che, ricevendo 
grazia ed efficacia mantvigliose, e di 
pr<q)ri© ;e nuove bellezze risplendendo, 



f. 

•^1 



VI 

acquisto non picciol merito alia fan- 
tasia ed alla favella italiana. Ghe se 
altri non à potuto contradirci codesto 
pregio in simili dettati, la vaghezza 
perdessi in ogni età e in tutti i sessi 
la. non si vorrebbe presso di noi un 
naturale atto; ma un' imitazione da^ 
gli Arabi e dai Normanni, alla stessa 
guisa che oggi si pretende dalF Indie 
derivati gli elementi del nostro lin- 
guaggio. Oh capi veramente ridicoli! 
E sd tale comunicazione avvenuta non 
fosse, r uomo in Italia saria privo di 
loquela! Dante Allighieri nulla di tut- 
to ciò presentiva, allorché ne ammoni 
« Opera naturale è ch'nora favella; 
Ma così così, natura lascia Poi fare 
a voi, secondo che v'abbella. ^ Par. 
XXVI. 130*2. Ma lasciate cotai vani- 
tà a chi se ne compiace, chiediamo la 
parola di manifestare il nostro parere, 
a cui si acqueterà chi se ne sarà ca- 
pacitato. Come dell' uomo; così la vita 
delle nazioni si parte ad etadi , in cia- 
scuna delle quali una facoltà dell'a- 
nima ad altra prevalendo, quella più 
di codesta viene esercitata. B non è 
forse l'età prima, e l'età rozza, la 
quale povera di cognizioni^ e pur de- 



TU 

sìderosa dì procacciarsele, si diletta in 
raceontiyche la maiDaria .e rimmagi* 
nazione aggrandiscfono? E ohi: di nei 
fauciuUetto non si consolava jbuttoi alla 
lìovella ,0 favola, che la madre iHistra 
ci recitasse? Cresciuti negli anni^ e 
svoltasi maggiormente in noi. la ra- 
zìoQiale potenza, le^: voglie erano can- 
giate^ altre cnre ed altri .diporti con- 
seguitarono jt e noi stessi ci ridemmo 
dei puerili sollazzi, he geòta di Artus, 
d'Amadigi^e dì Carlo Magno fornirono 
argomento ai giullari. o ceteratóri, che 
per le strade e nelle corti ne andava- 
no ripetendo variMuente. le «avventu- 
re. Da quelle cantilene gli scrittori 
de' secoli barbari, ignari della vera 
stori^^ compilarono delle narrazioni di 
valenti^, d aoiori e d'incantesimi;. le 
^uali narrazioioi, perchè distese in un 
idioma informato di romasio ; ma diver- 
so da quello delle scritture; si appel- 
larono Romami* Alcuni trattavano del^ 
FcM^igine die' Brettoni, di re Arturo, di 
Lancelotto del Lago, di Tristaao» del 
re Meliadus, di. Galeasso,-di Palami- 
desse, di Girone il Cortése e d'altri 
da esso Artu chiamati compagni della 
Tavola Ritonda, Ip. quale, ebbe princi* 



vni 

pio da UB bsnolietto, dove i cavalieri^ 
8e4endo ad tina tavola tonda, vede vali- 
si tutti in viso^ né si differenziavano 
per preminenza di grado. Taluni con- 
cernevano ai Gaulesi, e perciò ad A- 
mad^i, a Palmenno, ad Oliva e simili: 
Parecchi finalmente si riferivano a 
Fio va, a Rigieri, a Buovo d'Antoha, 
a Carlomagno e suoi dodici Paladini, 
donde fu composto il libro de' Beali di 
Francia; Che se la soverchianza d'u-' 
no spirito guerresco e il difetto d'u- 
no squisito gusto rendeva la dettatura 
feroce e ruvida; il concetto delle im- 
prese audaci e delle alte avventure la 
riduceva desiderevole e graziosa. B 
quale ricreamento non ne proveniva 
dair apparecchiarsi di torneamenti e 
conviti, e da queir alternarsi di sen- 
timenti vuoi d' amore, vuoi dì relig'iò- 
ne, e da quel medesimo scambiarsi 
d'affetto tra il cavaliere ed il mona- 
co? All'età di ventun anni, ammae- 
8l»>ato prima nell' amore di Dio e delle 
Dame, e sostenute varie pruove, il gio- 
vane veniva ricevuto nella cavalleria, 
della quale l' uflScio principale richie- 
deva proteggere il diritto dei men for- 
ti, di vedove, pupilli e donzelle, e per 



TX 

codesti, caso^clie oceori^Bge, esporti 
eziandìo a mortalisrìma battaiglia; non 
offendere a persona veruna, ed a' oóm*- 
pagni portare immaccUata fede e le*^ 
alta, di qualunque servìgio non ricé* 
vere prezzo; assumendo la condotta di 
qudone dama o morire o aiutarìa da 
tutte offese, né a diana o dami^Ua 
reear danno o violenza; non mai per 
propria comodità adoperarsi ; debita^ 
mente adorare a Dio, orando in chie* 
sa, e dove questa non esistesse, di- 
nanzi a una croce. Fatto sta però ch^ 
di cotale istituzione pota di poco van- 
taggiarsi r umano consorzio: conoios-- 
sinché nella universale corruzitme del 
costume, essi medesimi quei cavalieri , 
opprimessero sovente e bistrattessero 
i> deboli, le vedove, i pupilli e le don- 
zelle , ai quali difendere eransi ledati 
per &de solenne. Da ciò eziandio ne- 
gli stessi trovatori o minestrieri £als6 
idee e xsonfuse ranqpollavano intorno 
alla religione^ e all'amore, come a^ 
pertamente ce ne persuade la con- 
dotta dei loro canti, i quali con sante 
invocazioni cominciavano e finivano, 
quantunque al tema per nulla si con- 
Y^nissero. Discorse cosi alcune parti 



generali della cavalleria^ restringia- 
fPQpi £^1 nostro libretta, che canta dì 
LaDcilotto 0. della Strazione della Ta- 
vola Rotónda. Chi ne sia l'autore si 
ignora, che però vuoki credere to- 
lgano, e r esemplare > che solo se ne 
conserva a Firenze» mostra chiaro 1 ■ i- 
g^ioran^a deiramanuense. Tutto il poe* 
ma è distinto in sette cantari, in oi>- 
tave, dove talora il verso non osserva 
la dovuta. misura» e cosi .la rima la 
sUa consonanza, licenze non inusitate 
nei primi verseggiatori* 

Nel r caiìtare, appresso la invo^ 
caadoney racconta come Mordaretto^ che 
poi accenna quale nepote del re Ar- 
tu» gli scopre che Lancilotto, tenuto 
da esso in corte» era innamorato del- 
la reina Ginevra di lui moglie* Lan- 
coletto , cavalcando di celato al tor* 
niaméata di Vincestri, giugno al ca- 
stello, di Sgaleotto» ove, richiesto d'a- 
more da una dama» fi^ielo disdice. Lan- 
celotto nella tornella rimano ferito; 
ina riportò il pregio della vittoria. 
Galvano a Sgaleotto s'invaghisce di 
quella dama, la quale era accesa di 
Lancelotto. La regina Ginevra sente 
dolore per l'amore della dama di Sga- 



XI 

leotto verso Lancelotto, e Lancelotto 
per la ferita non si può condurre alla 
giostra bandita dal re Artu, e da fior- 
do intende come la reina l'odiava. 

Nel cantare IF Ginevra vede ve- 
nire una nave, dentro la quale la fi- 
gliuola del Signore di Sgaleotto gia- 
ce morta per V amore di Lancelotto. 
Un cavaliere venuto a corte del re Ar- 
tu, al desinare muore avvelenato, e 
n' è incolpata Ginevra. Amadore della 
porta vuole giustizia del morto suo 
fratello. Lancelotto, difendendo la re- 
gina, vince Amadore. Lancelotto no- 
vamente è accusato al re Artus, dal 
quale à mandata gente con fuoco alla 
Gioiosa Guardia. 

Nel Iir il consigliò del re ordina 
che la reina e Lancelottosieno distrut- 
ti. Comincia una fiera zuffa, e Lance- 
lotto molti ne uccide* E gridato un 
bando per tutta Brettagna: che venga 
a corte ciaschedun cavaliere. 

Nel IV** cantare Lancelotto, asse- 
diato nel castello da Artu, molti ne ab- 
batte. Lo stormo fu duro e forte. Il 
papa manda un cardinale, per recargli 
in concordia. La reina parte da Lan- 



XII 

cilotto, e con re Arturo se ne tornò 
alla città. 

Nel V® Galvano vuole vendetta del- 
la morte di suo fratello Gariette. Ar- 
tus bandisce oste, e lascia a governa- 
tore del regno Mordarette. Stanno a 
petto i due eserciti, e diciotto mesi 
passano in zuffe e in tregue. Morda- 
rette distende contro al re sua mali- 
zia, e gli è data la corona della Bret- 
tagna. Vuole per moglie Ginevra, ed 
ella se ne fugge. Galvano delibera di 
fare battaglia tra sé e Lancelotto, e 
questi ne esce vincitore. Artu, levato 
il campo, e tornando nella Brettagna, 
si scontra con V imperadore romano e 
r uccide. 

. Nel VP cantare Mordarette, sapen- 
do della tornata del re Artu, ragunà 
lo stuolo. Le schiere si fermano nella 
prateria di Salisbiera, e ivi Mordaret- 
te muore per mano d'Artu. Godeste co- 
manda a Gilfrette che gìttì nel fiume 
la sua spada, la quale fu brandita da 
un braccio, che tosto sparisce. Artu 
va ad una badia, e da una nave è por- 
tato via in parte, che non se ne sa no- 
vella, Gilfrette si rende monaco, e mo- 
naca si fa pure Ginevra. 



XIII 

Nel VIP Lancelotto, che aveva a 
sdegno la corona, incoronò Lionello. 
Lancelotto inviatosi a Camellotto in^ 
tende che la reina è morta, e fa di 
gravi danni, perchè furono ribelli a re 
Artu. . Si azzuffa co' figliuoli di Mor- 
darette. Dà morte al principe, che à 
ucciso Lionello. Lancelotto, pensando 
a ciò che il mondo dona, diventa ro-< 
mito^ e sette anni dappoi muore, ed è 
seppellito alla Gioiosa Guardia. Brio- 
bris ed Àstor di mare si fanno mona- 
ci. Bordo è chiamato re di tutto il re- 
gno. 

In questo tenore al nostro poeta 
per via del diletto piacque d'ammae- 
strare : perocché sotto il velame dei 
versi, chi la nota, si nasconde dottri- 
na. Le verità morali, insegnate cosi 
alla semplice in una stagione di roz- 
zezza e Wbarie, pochi avrebbero al-. 
Iettato; ma velate con un certo arti- 
ficio, per il piacere del trapassarvi den- 
tro, avrebbero incitato altri a ricer- 
carle. La superbia, l'invidia, l'avari- 
zia, la lussuria non sono sempre le fa- 
ville, che, accendendo i cuori degli uo- 
mini^ guastano il vivere cittadinesco? 
Chi in Artus non ravviserebbe la su- 



XIV 

perbia di tutti signoreggiare, in Mor- 
darette l'invidia ed avarizia insieme; 
e in Lancelotto la lussuria? Che è mai 
r uomo, se al talento sottomette la ra- 
gione? L' anima nobile, astrattasi dai 
mondani pensieri, guardando alFulti* 
mo fine, si rivolge a Dio. Que' monaci 
romiti non ci rappresentano la ra- 
gione, che viene in soccorso della sen-^ 
finalità? Non dubito che ci avrà di 
molti, i quali soggiugneranno che bi- 
sogna acconciarsi ai tempi, e che si- 
mili vecchiumi, i quali sentono di re- 
toricaggine, niente o poco approdano; 
ma io risponderò che per la forma an- 
che questo lavoretto non è da disprez- 
zare, perchè vi scorgi sempre quella 
ingenuità e venustà proprie de' primi 
secoli della nostra letteratura, e che 
ivi solo s'apprendono. Per certo che, 
se pili attesamente si svolgessero i no- 
stri antichi, meno vergogne di stile e 
di lingua si scorgerebbero nei moderni 
dettati. Rispetto al modo della stampa 
avvertirò che, per quanto la critica me 
lo à permesso, mi sono attenuto all' an- 
tica scrittura, per servire anco in ciò 
alla storia della nostra favella. Da ul- 
timo ò aggiunto due indici, che alla 



XV 



maggiore intelligenza del poemetto mi 
sembrano non affatto inutili. 

Resta che la mia fatica a Voi, gen- 
tili Signori, ed a' cultori de' buoni stu- 
di riesca gradita. Vivete felici. 



DA FERMO NELLA PRIMAVERA DEL 4871. 



BBVOTISSIMO VOSTRO 

GRESG£NTINO GIANNINI 



COMINCIAJ\0 

I CANTAEI DI LANCILOTTO 



■ ■XWWVWM/*^' ■« 



4. 



Io priego te, Signior, che sofTeristi 

Per redenzione dei mondo passione, 
Gh' io della grazia tua tanto n' acquisti, 
Ch'io sappia ben dir propìo con ragiono 
A' grandi e piccolini insieme misti 
La vaga storia delia struzione 
Della Rotonda Tavola, che tanto 
Ancor si noma per prosa e per canto. 



2. 



Gom è notorio a tutto quanto il mondo 
I ma', ohe già per femina so stati, 
E come Troia ne fu messa in fondo, 
£ terre e gienti a morte consumati; 
Gosì simile il re Artu giocondo 
Gon tutti i suoi baron d' onor pregiati, 
££r la suo donna Ginevra reina 
Tutti raorinno con crudel rovina. 



3. 



Regniando il re Artu iu CamelloUo, 
Aveva in sua corte un cavaliere, 
Chiamato era per nome Lancelotto. 
Consorti avea con seco, e buona giente. 
Che sempre intorno a lui facien ridotto, 
Quand' egli stava in corte risedente, 
Costui del re la donna si teneva, 
E con carnale amor costei giaceva. 



4. 



Onde fortuna punto non sofferse 

Che questa cosa istesse piii celata, 
Si che ad alquanti il fatto scoperse, 
Ch' odiavan Lancelotto e sua brigata. 
E chi fur que' che miser la traverse? 
L' un Mordarette fu, che più vi guata, 
Che di messer Galvano era fratello, 
E Ghieso e Siniscalco e Dudi nello. 



5. 



E questi tre la cosa appalesare; 

E, non pensando quello, ch'avvenisse, 
A re Artu dinanzi se ne andare, 
E Mordarette primamente disse: 
Sappiate, re Artu, signior mio caro, 
Che, quando disinor di voi sentisse, 
Non potre' tener di non scoprillo, 
Et alla maestà vostra ridirillo. 



3 



6. 



E quando il re intese la proposta 

Di Mordarette, si cambiò il colore, 
Ed a consiglio verso lor s' accosta, 
E disse; Or mi scoprite il disinore, 
Ch' i' ò la mente per udif disposta. 
Ed e' rispuose: Nobile signiore, 
Costui è Lancelotto, che vi trade: 
Della reina fa sua volontade. 



Il re si conturbò udendo il fatto, 

E disse: Ben mi fo gran maraviglia 
Che Lancelotto fosso tanto matto. 
In fra sé stesso alcun partito piglia 
Di ciò non voler credere sì ratto; 
Però che mai nessun di sua famiglia 
Non ama tanto, quant' egli ama lui, 
£ sempre questi dicon mal di lui. 



8. 



que", eh' eran del mal dir maestri, 
Rispuoson: Noi darem di ciò la' ngQgna. 
Or ordinate i vostri baron destri 
A voi in Camellotto ciasun vegna, 
Per gir al torniamentodel Yincestri, 
E poi n' andrete là senza ritegna 
E Lancelotto per voi non s' inviti ; 
E' rimarrà, e gli altri fien lutti iti. 



9. 



Allor potete voi considerare 

Che sol per la reina fìa rimaso, 
Che tempo gii parrà di non dubiare, 
Veggendo vostr' ostel di gente raso. 
E qaesto detto piacque al re di fare, 
Per rinvenire il ver di questo caso. 
À pochi giorni fa apparecchiato 
La gicnte e tutto ciò, ch'era ordinato. 



40. 



E 'n questo mezzo usando ta' ramanzt, 
E Lancelotto venne al re davanti; 
E '1 re non gli mostrò, come dinanzi 
Soleva fare, buon viso e be' sembianti; 
Onde veggiendo tali stificanzi, 
Il cuor gli giudicò che ma' parlanti 
Per la reina avesson messo isdegnio 
Tra lui e '1 re con malizioso ingegnio. 



41. 



Però pensò di starsi a riguardo, 

Che que', che l'avien detto a re Artore, 

N' avesson disinor, come bugiardo. 

E tatti i cavalier delle venture 

Con esso il re seguiron lo stendardo» 

Forniti d'arme e belle coverture, 

Ed a Yincestri andare al torniamento, 

Ov'era giente assai con valimento. 



121. 



Sicché veggiendo Lanceloito il modo, 
E come U re Artu T avie lasciato, 
Pensossi bene inganno e modo, 
Che per suo disinore era ordinato. 
" Però schifare et avere il lodo 
Del torniamento, cavalcò celato 
Sempre di notte: giunse a Sgaleotto; 
In quel castello stette LanceloHo. 



43. 



La sera gli fé il sire del castello 

11 maggio onor, che mai s' udisse dire. 
Una suo figlia il vide sì bello, 
Di^ sua biltà no prese a* nvaghire, 
E 'n una parte occulta del castello 
Di ciò parlare sì gliel venne a dire, 
E tutto gii contò il fatto, com era, 
E che volea co lui giacer la sera. 



44. 



E Lancelotto le rispose: Dama, 

Cotal pensiero da voi si disvella, 

Che' 1 cor non mei consente, e ciò non brama» 

« 

Pogniam eh* oltre misura siate beila. 
Ed ella ancor da capo merzè chiama» 
Che non lasci morir la tapi nella, 
E più volte ne lo priega e dice; 
Ed egli in fine al tutto gliel disdice. 



6 

15. 

Po* che noi puote smuover per suo dire, 
D'un' altra grazia gli volle far priego; 
Che, quando al torntamento andrà a fedire, 
Una sua gioia porti senza niego; 
£ una manichetta fa venire, 
E disse: Bel signior, com io la spiego 
Di sciamilo vermiglio, giurerete 
Che sopra l'elmo voi la porterete. 



16. 



Mal volentier portalla le promise, 
È quella notte fé apparecchiare; 
Arme vermiglie fornì ad ogni guise, 
Per più celatamente cavalcare. 
Il sir duo figli in sno compagnia mise, 
Du' cavalieri di grande affare, 
Armati di vermiglio, com era egli, 
E tutt'e tre parten baron novegli. 



17. 



E al mattin, come vider la luce 

Del giorno, si mison nel viaggio; 

Ed egli in mezzo, come savio duce, 

Gli scorgie e scampa d'onta e d'oltraggio. 

Cosi infino a Vincestri gU conduce, 

Ov' era il re co molto baronaggio, 

I qua' facien di lor persone mostre, 

E cominciato avien di belle giostre. 



18. 



E si fermò, per riguardare un poco, 
Come sapesse dar colpi di lancia, 
E vide Astor, che non pareva gioco, 
E più e più donar dogliosa mancia; 
Ed è sì ridottato in ogni loco* 
E certo gli altri qon parevan ciancia 
Anze ciascuno il suo valor mostrava, 
E' 1 forte e '1 men possente iscavallava. 



49. 



Così durò r afìfar per lunga pezza, 
E re Artu si stava in su' baleoni, 
Per dare il lodo a chi à più prodezza. 
Mcsser Calvan cosi e più baroni, 
Per giudicare, avien preso lent;ezza, 
E nel principio fer molte questioni. 
Ma poi non v' era più niup .ricordo, 
Se non del fi»rte e. franco, messer Bordo. 



20. 



Di Lancelotto era carnai cugino, 
Da ogni parte sua fama correa: 
Tant'era fiero et aspro paladino; 
E Lancelotto^ che noi conosciea, 
Per lui provar sì dirizzò il cammino. 
Il suo cavallo co gli spron Lattea, 
Correndo con furore e con tempesta, 
Sì che ciascuno, pei: Ini vere, arresta. 



8 

Perch' assembrava cavalier novello 
E messer Bordo prò', come lione, 
Yeggendolo venir cotanto snello, 
Ver lui trascorse, senza far tencione. 
Non cognoscendo che fosse il fratello. 
In sullo scudo suo lancia gli pone, 
E d'un piaga si lo inaverava;* 
Ma non però di sella lo smagava. 



%t. 



Sentendo Lancelotto la trafìtta, 

Non cognioscendo già ohi e' si fosse, 
La lancia per gpand*ira puose ritta, 
In sullo scudo un colpo gli percosse. 
Che Bordo il suo destriero al campo gitta. 
Le cinghie e pettoral non éber posse 
Di sostener; ma tutte si spezzare; 
Allor le grida forte si levata. 



23. 



Il re Artu ne fu molto gioioso, 

E a quel colpo conche chi egli era 
L'ardito Lancelotto poderoso; 
E disse in sé: Sed e' co mia mogliera 
Usasse in guisa di lussurioso. 
Non sarie qui in niuna maniera. 
Di chi glie r apponeva ebe credenza, 
Che gliel facesse per mala voglienza. 



»4. 



£ poi appresso che gli ebe abbattuto 
L'ardito messer Bordo, si diluoga, 
Non riguardando che fosse fenito, 
E si sforza di vincere sua punga; 
E già in poca d' ora il pregio auto 
Del torniamento, in qualche parte giunga. 
Ed iscampò più volte dal periglio 
I suo duo compagnioa, d'arme vermiglio. 



Onde messer Galvano e' tutti quanti 

Il piegio gli donar, ch'egli avie vinto, 
Sì che si parte, senza far sembianti 
Che della pinga si sentiva incinto. 
E suo' duo compagni prò' e atanti, 
Che del ben servire non erano in finto. 
Si gli fer compagnia una gran pezza, 
Dandogli pregio di somma prodezza. 



26. 



Ad un crocicchio vennen d'una via: 
Qui da lor volle prendere comiato. 
Cosi dipartir loro compagnia; 
Ed e', che si sentia inaverato, 
Tosto cavalca, e la sera venia 
A una bella torre su 'n un prato, 
Qual era d*un suo amico barbassore, 
Che gli fé festa e grazioso onore. 



10 

27. 

I duo frate' tomaro alla magione, 
£ i^ccoQtaro il fatto com era ito; 
E anche el re Artu fé partigione, 
Co' saoi in Camellotto se n' è ito, 
Salvo messer Calt an, eh' una stagione 
Gh piacque di vedere il vago sito 
Di Sgaleotto, e per la bella dama. 
Perchè di sua beltà corre gran fama. 



28. 



Sì forte ne 'n vaghi messer Galvano, 
Che di celato amore la richiese; 
E quella a Torà il prese per la mano, 
Lo scudo gli mostrò tutto palese 
Di Lanc^iotto oavalier sovrano; 
E dissegli: Messer, costui m'accese 
Sì del suo amor, eh' ogni :aUro n' abandono; 
Onde, veggiendo ciò, chiese perdono. 



29. 



E poi si dipartì da Sgaleotto, 

Con suo scudier di cavalcar non fina, 
Infìn che fu venuto in Camellotto. 
E disse un giorno il fatto alla reioa, 
Di quella dama, ch'ama Lancelotto, 
E come non restò dalla mattina 
Infin la sera di portar ia 'nsegna; 
La manica in sull'elmo per convegna. 



11 



30. 



E la reÌDa ne portò gran doglia; 

Ma noi volle mostrar, per non scoprire 
11 fatto loro, ed entrò a dir di voglia 
Di trovar modo di farlo morire: 
Perocché '1 suo amor le sembra foglia; 
E dice: r ò per lui al maggior sire, 
Che sia al mondo, fatto sì gran iallo, 
E or mi^ascia; e io perchè non fallo? 



31. 



A ciò non pensa Lancelotto punto, 

Che la gran piaga il fa giacer nel letto, 
Un mese o più di termine raggiunto, 
Senza guarire dello suo distretto; 
Ond' egli stava d' allegrezza munto. 
A re Artu mancò molto sospetto; 
Per volereai ben di ciò chiarirev 
Un altro torniamento fé bandire. 



331. 



E la reina volle che v' andasse, 

Pensando, s'egli ara di lei pensiero, 
In nulla guisa elmo non lasciasse, 
Ch'ai torniamento ' non si mostri fiero: 
Così ancora sed e' non T amasse, 
Per esser là, non perderà sentièro. 
Per queste due cagion vo' il ire provare 
La donna, e suo' baron fé cavalcare. 



12 

33. 

Al Lancelotto yenne la novella; 

Onde, per far celato alcuna prova, 
Ài medico di Rune ne favella: 
Il medico rispuose ched e' tniova 
€he senza morte non può ire in sella: 
Perocché la suo piaga è troppa nuova; 
Onde per ira e per dolor si torse, 
Sicché la piaga ruppe e'I san§|^e corse. 



34. 



Onde ne fu assai presso che morto; 

£ poi eh' il torniamento fu compiuto, 
Il re Artu si die n^lto conforto, 
JS d'ogni parte avie chiaro veduto 
Che Lancelotto fu accusaito a torto. 
E po' eh' a suo città ne fa venuto, 
Un giorno la reìna sbo messaggio 
Mandò per Bordo valoroso e saggio. 



35. 



E col viso turbato gli rispuose 

Il fatto, che messer Galvan gli disse; 

Ond'io vi dico che per queste cose, 

Sed egli tra le mie posse venisse, 

Io gli farei patir pene noiose. 

E Bordb gli rispuose: S'io credisse 

Cotesti falli con suo bocca, 

Non crederei di lui opra si sciocca. 



13 

36. 

£ molto si sforzò di lei chetare. * 

Ella non voi da lui niuna scusa udire; 

Onde si dipartì senza tardare, 

E mille volte prese a maledire • 

Chi prima volle dama amare. 

E senza dimorar prese a sentire 

Del suo cugino novelle, per digli 

Il fatto, acciò ch'alcun partito pigli. 



37. 



E cavalcando pervene alla torre, 

Là dove Lancelotto soggiornava. 

Et un valletto prestamente corre, 

Di quel, ch'avie mestiere, il domandava. 

Ed egli cominciò tostò a disporre 

Tutti i segnai di colui, che cercava; 

Onde 4 valletto disse: Io vo guernito, 

Rispuose: Il vostro oste giace fedito. 



38. 



£ Bordo gli fa priego che gliel mostri; 
E, quando e' fu infìno a lui venuto, 
Disse: Cristo empia li piaceri vostri; 
Ed e* guardando, ed ebel conosciuto, 
Ridendo disse: Bontà delle giostri. 
Duo mesi o più qua entro son giaciuto; 
Ma quel, che mi fedì, s' io il conosces&e, 
Non credo «he ma' più colpo facesse. 



14 

39. 

Bordo conobe ìillor eh' egli era stato, 

Secondo il suo parlar, senza alcun fallo, 
Colui, che cotal colpo gli avea dato; 
* E umilmente cominciò a pregallo 

Che '1 suo mal far gli fosse perdonato. 
£ disse ir modo, come del cavallo 
Lui e la sella colle cinghie mise; 
Onde gli perdonò, e se ne rise. 



40. 



E po' gli raccontò il parlamento, 

Che gli fé la reina, il modo e '1 come 

Ella r odiala di mortai talento. 

E queste furo a lui sì grave some 

A sostener, che Bordo ebe pavento. 

Che morte noi prendesse per le chiome; 

Ma pure infine tal partito prese 

Di stare un pezzo fuor di quel paese. 



44. 



E Bordo si volea co lui stare, 

Ed e* non volle; onde se dipartio, 
E giunse in corte seaza soggiornare. 
E Lancelotto in quel tanto guario, 
E di sue arme si fece armare, 
E poi accomandò sa^ anima a Dio. 
E missesi a camminare alla ventura; 
E qui di lui fa punto la scrittura. 



15 

42. 

E pongo line al mio pimo cantare, 
E priego la eccellente e groliosa 
Vergine Madre che mi degia ataro 
Di ogni cosa, che vi fia noiosa; 
E po' vi faccia in cielo incoronare 
Al suo Figliuolo, ove ogni ben si posa. 
E al vostro piacere, quando vorrete, 
Il bel cantar secondo intenderete. 

Finito il primo cantare di Lancelotlo. Amen. 



4. 



Sommo Creatore, ch'ai tuo giudizio 
Verrai a sentenziare le creature, 
Chiamar ti vo' piata, che senzavizio 
Ch' i' saccia seguir dietro alle scritture, 
Che comincio prima al mio sizio, 
E come nascon gli odi e le sventure 
Tra Lancelotto e '1 re, onde produss©' 
La guerra, che la Tavola distrui»s6. 



16 

2. 

• 

Signiori, io vi contai nel primo dire 
Si come, per fugir furore e sdegni o, 
Dalla reina si volle partire 
Il franco Lancelotto di quel regni«, 
E poi ristetti senza più seguire; 
Ond' io dinanzi a voi ritorno e segnio, 
Ptr ascoltar di questo far memoria, 
Ciò, che ne dice e canta vera storia. 



3. 



Partissi il cavalier malinconoso, 
Che senza colpa si vede privato 
Di quella, che '1 fecie viver gioioso. 
E ben se' mesi e più à cavalcato 
In qua e là senza trovar riposo, 
E in fine si ristette in alcun lato, 
Bramando sempre a riaver la pace 
Di quella, che '1 tenea sì in contumace. 



4. 



E 'n questo tempo la reina bella, 
Standosi a seder vide venire, 
Correndo per la riva molto isnella, 
Coverta a drappi ner, senza fallire. 
Una leggiadra e bella navicella; 
Ond'ella scese, per voler cernire 
Chi fosse quel, che dentro dimorava; 
Mesaer Calvan pregonne, e dov'entrava. 



17 

6. 

E vide star nel mezzo uà ricco letto, 
£ una dama vi giaceva morta, 
La quale aveva in mano un brieve scretto. 
Quando messer Calvan la vide scorta. 
Aperse il brieve e tutto Tebe letto, 
E poi di fuori alla reina il porta; 
E con sospir mostrava di dolersi; 
E lesse della scritta tutti i versi. 



6. 



I quali conteneva in tal tenore: 

Sia manifesto a tutto quanto il mondo 

GhMo fui gentil dama di valore; 

E, perchè un pensier non m*andò tondo, 

Tanto pati* di stento e di dolore, 

Che morte mi sommerse si nel fondo; 

E figlia fu' del siri di Sgaleotto, 

E per amor mori' di Lancelotto. 



7. 



Quand^ebe bene letta quella scritta, 
Molti ne pianson per la tenerezza; 
E la reina un gran sospiro gitta, 
Considerando il modo e la* durezza 
E la falsa credenza e non diritta, 
Ch'avie contro il baron di prodezza, 
E disse in sé: Dio costei avesse, 
Giammai contenta morta non giacesse! 



18 

8. 

E fella seppellir soventemente; 

Ef stando poi nel tornar di tre mesi, 
Un savio cavalier molto, possente, 
Per dimorar tra' cavalier cortesi, 
In corte venne con alquante giente, 
£ si gli piacque gire a tuo' paesi, 
Che lunga pezza v' ebe a dimorare, 
Et il re fé per lui un bel mangiare. 



9. 



£ *n questo desinar fra la reina 

£ tra messer Galvano, il cavaliere 
Sedeva in mezzo, e tra lor due confina. 
In sul dar delle frutta un messaggiere 
Le vene avanti, e in verso lui s'inchina; 
E poi le presentò un bel paniere 
Di vaghe pere, che ve ne avie una. 
Che sormontava di heltà ciascuna. 



40. 



Qual'era dentro piena di veleno. 
Quand'ebe fatto ciò, subitamente 
Si diparti in meno eh' un baleno. 
£ la reina graziosamente 
Del suo presente fé ciascuno; 
£ la più bella assai sempricemente, 
Per fagli onore, come a forestiere, 
Colla sua man la diede al cavaliere. 



19 



41. 



£d e' la parte; e, al primo boccone. 

Che ne mangiò, si cade in terra morto; 
Onde veggiendo ciò tutte persone, 
Alla reioa ne ponieno i[ torto. 
Messer Galvan gli cavò d' oppimene, 
Avendo veduto il fatto scorto; 
£ la reìna forte si scusava, 
E d'esto fatto si maravigliava. 



42. 



Ma ,chi fu quei, che tal presente fece? 
Giammai non si potò saper ben chiaro; 
£1 libro crede ben eh' un' altra vece 
Mandasse quegli il suo presente amaro 
Per morte di Galvano; al libro lece 
Di creder che ciò fosse, perchè caro 
L'avea la reina duramente, 
Si che pensò a lui dire il presente. 



43. 



Po' fece il re a grande onor piortare 
Il corpo di quel morto a seppellire; 
E, quanto e' seppe, il fece onorare. 
£ poi un suo fratel di grande ardire. 
Udendo la sua morte raccontare. 
Di doglia ne pensò quasi morire. 
E '1 cavalier, che tanto si sconforta. 
Era chiamato Amador della porta. 



20 

44. 

E giunse in corte, perchè ragione 
Gli fosse fatta della falsitade 
Di chi il fratel gli giunse a tradigione, 
£ disse al re: La vostra maestade, 
La qua! mantine giustizia ogni stagion 5 
Quivi ponga giù amore et amistade, 
E per lo mio frate! fate giustizia 
Di quella, che l'uccise a gran malizia. 



15. 



El re rìspuose: Io son qui ritto posto, 
Per fare istar ragione ov' ella regola; 
Alla reina fece dir che tosto 
Dinanzi a lui, per iscusarsi, vegnia. 
E '1 messo giunse, e dissele il proposto; 
Ed ella in prima nel vi^o si segnia, 
E poi dinanzi al re venne davanti, 
E fé sua scusa con dolce sembianti. 



46. 



E Amador promisse che proverehe 
A ogni cavaliere di suo ostello, 
Per forza d'arme, come colpa ell'ebe 
D'uccider falsamente il suo fratello. 
Ed ella disse ailor che troverebe 
Chi per battaglia farà suo rappello. 
El re le fé quaranta di' assegniare, 
Ch* élla dovesse un campi© n trovare. 



21 

17. 

E po' sì ritironno al suo palagio; 

Messer Galvan primieramente priega 
Che preuda l'arme per lo suo disagio; 
Ed e* glielo disdice, e si gliel niega, 
E disse: Io ne verrei troppo malvagio. 
Cosi più altri la lasciaro in piega; 
Perchè ciascuno gliele vide a lato, 
Credevan che lo avesse avvelenato. 

« 
.18. 

Ella, veggiendo che ciascun lo manca, 
- Pensossi di richiedere coloro, 

Ch' eran di gesta valorosa e franca. 

E prima a Bordo il fatto fé nótoro, 

Ed e' mal volentier vi misse l'anca, 
' Pcrch' ella gli avie tolto il suo tesoro. 

Che gli scacciò il suo cugin carnale; 

Onde ne le velie però gran male. 

.19. 

E giunse a lei, e seppe il suo comando, 
E po' gliele disdisse a motto a motto, 
E disse: Quando vo considerando 
Che discacciasti il vostro Lancelotto, 
Di ben volervi vo tutto mancando. 
Ancora non so mesi cinquantotto, 
Che perì, sotto il buon Tristan fu morto, 
Ch'.a tutto il mondo ne fu danno e torto. ! 



32 

80. 

Quand'ebbe fatto del disdir la scusa, 
Tornossi a casa senza dimorare, 
Lasciando la reina si confusa, 
Gbé poscia non fino di lamentare 
Nella prigione, dov'era rinchiusa. 
£ la novella, andò di là dal mare. 
Si che, sentendo Lancelotto il fatto, 
Per ritornar, si mise molto ratto. 



tu. 



E giunse in Camelotto di celato, 

E* suo' parenti gli fecion gran festa. 
E nel quaranta di' fu ritornato 
Amador della porta, che protesta 
Che la reina sia menata al prato; 
Ed ella giunse colla nera vesta. 
Piangendo e lagrimando molto forte, 
Perchè aspettava tuttavia la morte. 



22. 



E in sulla piazza fu la stipa e il fuoco; 
Et Amador gridava: Sia conquisa 
La falsa traditrice in questo loco. 
Tutta piangie la gente alla recisa; 
E, dimorando in questo modo un poco. 
Giunse un cavalier armato a guisa 
Di campion, coperto tutto a nero, 
Sopra un destriere iustamente fiero. 



23 

23. 

Gridando forte: Dov'è qiifel vassallo, 
Ch'accusò la reina di menzogna? 
Or vegnia innanzi senza niun fallo, 
Che morte gli darò con sua vergogna. 
Et Amadore isprona il suo 'cavallo, 
E disse: r son colui, che di calogna 
Accusò la reina; e son qui presto 
A te far pruova, come vero è questo. 



24. 



£ detto questo/ più non dimoraro, 

E vengonsi a fedir che parien draghi; 
E in su gli scudi si si riscontraro, 
E di donarsi morte parien vaghi: 
Sì grandi colpi insieme si donare, 
Che fu necessità che ogniun si smaghi. 
Et Amador, qual fu di minor possa, 
Votò la sella per la gran percossa. 



25. 



Ed un gran pezzo istette ishalofdito, 
E poi si rizzò tutto tremando 
Per lo gran colpo, eh' egli avie sentito. 
Col pugnio destro trasse fuori il brando, 
E r altro stette e 'n verso lui fu ilo, 
E grandi colpi si vanno donando. 
Al primo assalto gran pezzo durare, 
E tutte Tarmi indosso sì tagliaro. 



24 

26. 

E poi ricominciarono il secondo, 

E il nero cavalier tanto il gravava^ 
Che Àmador non sofferiva il pondo. 
Colla spada in sali' elmo gli dava. 
Sicché gliela misse due dita in profondo; 
Onde sentendo ciò, s'inginocchiava» 
E quel vinto senza far difese, 
Amador sopra il prato si distese. 



27. 



E '1 nero cavalier giunse veloce, 

E l'elmo gli cavò di testa presto; 
E Amador, sentendol si feroce, 
Perchè non gli donasse più molesto, 
Merzè gli gridò ad alta boce, 
Sicch' essi tempo vegendo questo, 
Gol pomo della spada, come vinto, 
Gli lasciò il viso sanguinoso e tinto. 



28. 



Cosi fu franca di mortai sentenzia 
La nobile reina di Brettagnia 
Pel nero cavalier pien di prudenzia. 
Allor si cominciò la festa magnia; 
E re Artu e suoi con reverenzia 
Al nero cavalier fecion compagnia; 
E, senza toccar terra, nel portaro 
.In sul palagio, et ivi il disarmaro. 



25 



i 29. 



AUor vi fu la festa assa' maggiore: 
Perocché '1 Lancelotio era costui, 
Che la battaglia fé con Amadore. 
£ la reina se ne venne a lui, 
£ abbracciogli il ooUo per amore; 
Se non eh' ella si ritenne per altrui, 
Cento fiate e più l* arie baciato» 
£ di giostrar d'amor l'arie invitato. 



30. 



La festa vi durò presso ad un mese; 
£ Amador guarì e fé ritorno 
Maninconosamente in suo pao^e. 
£ dimorando poi di giorno in giorno, 
L'amor di Lancelotto si raccese 
Della reina col bel viso adorno; 
£> se ma' furo insieme inamorati, 
Or si mostravan troppo più infiammati. 



34. 



Si che color, che vi ponovan cura; 

Ciò furon que', che nel primo cantare 
Parlare a re Artu di tal fattura, 
Costor pien d'astio vidon loro affare; 
E, non volendo stare più a lor dura, 
Celato al re gli andarono accusare. 
E '1 re rispuo'se: Mai non crederei, 
Se noi pigliassi insieme lui e lei. 



26 

32. 

E que' chieson gli albitri di pigliargli; 
E il re die loro, onde mai poi 
Punto non si ritrasson d' agatargli, 
Sicché una sera, per fornir lor gioi, 
Alla reina piacque d*inTÌargIi 
Un messaggier, che disse: Non yì noi 
Di gir dove sapete, in sulla squilla; 
E que' rispuose: Volentier, per villa. 



33. 



E messer Bordo, eh' era suo segreto, 
Di questo fatto dimandò consiglio; 
E que' rispuose: Questo andar yì yieto: 
Però ch'io vegio uscirne gran periglio. 
Che '1 re non s'è mostrato quasi lieto 
A questi di'; ma col turbato artiglio 
Ci à fatto motto si, che nel mio core 
S' è aTTeduto gli fate disonore. 



34. 



E que', che aveva tutto il mondo a vile, 
Rispuose: Io v'andrò, come che vada. 
Bordo, veggendol fermo in quello stìle^ 
PregoUo almen che portasse la spada; 
E quegli il fece, e tutto signorile 
Si mosse in sulle scale senza bada, 
E tutto fé il cammin, ch'egli era usato, 
E giunse a quella, che Tavie aspettato. 



27 

35. 

E insieme s' abbraeciar subitamente 
Cento fiate, senza aver soletto. 
E po', per mutar nuovo convenente, 
Insieme se ne andaro a un ricco letto, 
£ quel, che fecion, pensi tutta ^ente. 
E Chiese e Dudinelio e Mordaretto, 
I qua' s'avvidon ben di questo aguato, 
Tanto guatar, che '1 vider dormentato. 



36. 



E sette fur con tanti a for seguaci. 
Armati a ferro, come cavalieri; 
All'uscio della camera i malvagi 
. Si giunson con accette molto fieri. 
E, per pigliare i due amanti veraci. 
Di romper l'uscio presono mestieri; 
E tanto fu il rumore e la tempesta, 
Che 1 Lancelotto dal sonno si desta. 



37. 



E vide ben che 1 fatto era scoperto, 

£ questi usci di letto, piii ohe uccello, 

E la suo spada trasse fuor del — 

E intorno al braccio s'avvolse un mantello. 

Po' giunse all'uscio, e parte n'ebe aperto. 

Allor si trasse inanzi un tapinello, 

Per volerlo pigliare; ed e' gli diede 

Si grande colpo, che gli cadde a piede. 



28 

38. 

£ pò* si fece inanzi al rimanente^ 
Gittando colpi pia ch'Qn giogante, 
E chiunque giunse fé tristo e dolente. 
E, fello dilungar da lui davante, 
Il cavatier caduto, prestamente 
Dentro il tirò, e po' con fìer sembiante 
Riserrò T uscio; e, senza aver paura, 
Del cavai ier vestissi V armadura. 



39. 



E tornò a loro un'altra volta, 

E fece a Mordarette un altro scherzo, 
E anche a Dudinel ohe più Taffolta, 
E Chiese lasciò, perchè era il terzo, 
E presso che la vita gli ebe tolta. 
E po' che altri tre sì mal — , 
E tutti gli fedì; e, per la scala 
Correndo scese e dal palagio cala. 



40. 



E giunse a Bordo, ch*el trovò vegliare, 
E disse il fatto, che gli era avvenuto; 
Però brighianci la città sgombrare. 
E Bordo s*era inanzi prò veduto 
E sì à tema i suo consorti armare, 
Per io sospetto, ohe n'avea auto 
Sì, che 'n un pun fur sopra i destrieri 
-E trentadue consorti e gli scudieri. 



29 

41. 

£) tutti insieme uscir faor deUa terra: 
Alla Gioiosa Guarda se n'andaro, - 
Ghiera un caste!, che non timie di guerra, 
Qual era loro, et ivi s'afforzare, 
E Mordarette a gridar s'afferra. 
Il re Artu per lo dolor destaro 
Si, che corse a veder con suo compagnia, 
E vide il fatto, onde molto si lagnia. • 



42. 



E incontanente fé comandamento 
Che la reioa fosse ben- guardata. 
Po' comandò che per comun talento . 
Co molta gente, a bandiera spiegata, 
CqI fuoco andasson senza niun pavento 
A casa Lancelotto e. sua brigata: < ■• 
Si fosson morti, e presi senza fallo; * 
£, detto questo, ognun montò a cavallo. 



43. 



E giunse n que' agli alberghi per trovargli; 
E po', veggiendo che niun non ve n'era, 
In dietro si tornar senza oltraggiargli. 
Il re ne fu dolente a gran maniera, 
Che volentieri arie fatto pigliargli, 
Per dar lor morte dolorosa e fiera. 
Po' giurò, se Dio gii presti vita, 
Che tal malvagità sarà punita. 



30 

44. 

Ornai in questo non fo più menzione. 
Perchè nel terzo vi dirò la parte. 
La qual segui nel libro per ragione; 
E come il re colle sue forze sparte, 
Per dare alia regina pentigtone. 
In zuffe e in guerre seguitò sue arte. 
rimanete che Cristo si vi mostri 
Qual cosa più v'aggrada ne' cuor vostri. 



45. 



Cantar non vi vo' più, nò dir niente» 
Ch'assai ve n* aggio detto e contato; 
Andianci a sollazzare, o buona giente. 
Che detto v'ò un nobile trovato, 
E di ciò il mio cantar non mente, 
Che tutto di Lancelotto l'agio trovato. 
Or ci andiamo a sollazzar, gente, in cortesia. 
Che il buono anno vi dia santa Maria. 

Finito U secondo cantare di Lancelotto. Amen, 



31 



1. 



Com io vi feci priego, siri Iddio, 

Nel primo e nel secondo mio cantare, 
Di ben fornir di loro il mio desio; 
Così per questo ancor ti vo* pregare 
Che doni grazia allo' ntelletto mio, 
Ch'io saccia ben per rima raccontare 
Sì come Lancelotto e' suo' fer guerra, 
Po' che per tema uscir fuor delia terra. 



2. 



Nel mio cantar secondo vi cantai 
Siccome Lancelotto fé partenza, 
E come il re Artu, per dar lor guai, 
Al suo albergo mandò sua potenza. 
Quivi, facendo fine, vi lasciai; 
Però ritorno a dir la pistolenza, 
Qual fu appiè della Guardia Gioiosa, 
Ov'ebon molti morte dolorosa. 



3. 



Lo re Artu fé prender la reina; 

Ed e', sedendo sopra Paltò seggio, 
Disse: Menate qua la concubina, 
Che più che meritrice sembra, e peggio. 
Ed ella venne avanti, a testa china; 
E' re le disse: Dama, ora m'avveggio 
Che lungo tempo m' avete fallato; 
Ond'io vi punirò di tal peccato. 



32 

4. 

Quella impregata e da vergognia vinta. 
Si stava cheta senza sermone; 
E 'I re comanda ch'ella fosse cinta 
Di forti funi, e rimessa in prigione. 
£ que' non fero dell'udire infìnta; 
Ma tutto il fecef, come comandonei 
E 'n luogo scuro sì la incarceraro^ 
E po' solennemente la guardare. 



S. 



Piange la reina suo sventura; 

Ma pur, se '1 Lancelotto non è morto^ 
Allegra n'è, e più di sé non cura. 
E Lancelotto non sente conforto, 
Perch'à della reina gran paura, 
Che *1 re non la distruga per quel torto. 
Il luogo è 'n parte, che niente vaglia . 
A lei alcun soccorso di battaglia. 



6. 



E dopo alquanti di' nella sua corte 
Il re il suo consiglio esser fa tutto, 
Gh'ordinaron ch'il fuoco desse mort& 
Alla reina, e ciò fosse al postutto; 
E Lancelotto avesse poi la sorte, 
E' nsino a casa sua fosse distrutta; 
E quél Castel, dove s'era afforzato. 
Per lungo assedio fosse consumato. 



33 



7. 



E un mattin per tempo alia campana 
Sonato fu, per far condannagione 
Alla reina d' ogni ben lontana. 
Cavata fu dalla dura prigione, 
E colla fronte lagrimosa e piana, 
Per dalle morte per sua falligione. 
Per udir suo sentenzia fu menata 
Dinanzi al re da molta gente armata. 



8. 



Era lo die, che si fatta sentenza 

Gh' ella fosse arsa con gran crudeltade; 
E, per mostrar di non aver temenza, 
Ben venti miglia fuor della cittade 
Fosse menata per la sua fallenza ; 
Non fosse alcun , che n' avesse pietade , 
E novecento cavalieri armati, 
per ben guardaila, furono ordinati. 



9. 



E Gueriadi e '1 falso Garietto 

E '1 falso Garietto e Agravano, 

E' tutti e quattro questi eh* io v' ò detto , 

Eron frategli di messer Galvano. 

Giascun fu per lo re Artu eletto 

Di tutta questa giente capitano : 

Messer Gaivan co lor volle che gisse; 

Ed e*, piagnendo , V andata disdisse. 



34 

40. 

E sopra un. lelto per dolor si stese , 
Perch' egli amava la reina molto , 
E tutto giorno ai lamentar contese ,, 
E si graffiò coli' unghia tutto il viso. 
E r altra gente armata il cammin prese 
' Colla. reina il popol fu raccolto, 

Piagnendo in su quel punto fortemente 
Per la reina tutta quella giente. 



14. 



E '1 Lancelotto sollecitamente, 

In corte avie sue spie molte spesse 
Si , eh* ordinar non si potie niente 
Della reina, ched e' noi sapesse; 
E il di' dinanzi seppe il convenente. 
Ed egli acciò ched ella non s' ardesse , 
Con suo' consorti uscir fuor del castello , 
E in un bosco fecion lor ostello. 



42. 



Quai era presso un' ora menata 
Esser dovie la nobile dama , 
Per esser arsa e tutta divampata. 
Il suo amante, che tanto la brama, 
La suo venuta fecie si celata, 
Che non se ne scoperse boce o fama. 
Eran trentadue armati di vantaggio, 
In. tutto furo estratti da iegniaggio. 



35 



43; 



E piacque a Lancelotto così dire: 

cari miei distretti, e' ci conviene 
Con nostra gran virtù, qui far sentirò 
Sì, che colei, a cui vo' tanto bene, 
Non sia per morta lasciata morire; 
E ben sapete che '1 mondo ci tiene , 
Sopra tutti i baron dell'arme franchi; 
Or fate sì, che tal nomea non manchi. 



U. 



Voi Tederete me per primo scudo 
Incominciar la zoifa e la mislea, 
Gom un drago di tal fierezza crudo, 
Veruno di noi punto non si stea. 
Chi dia di lancia e chi di brando ignudo 
Sì,- che sconfitta sia la gente rea. 
E siate certi, quanti piìi saranno, 
Più faren lor vergognia e magior danno. 



45. 



Bdrdo rispuose: Nobile sostegnio 
Di tutti quanti noi, or siate certo 
ChMo vi seguirò con tutto mio ingegnio, 
Ch'io mostrerò il mio valore aperto; 
Ciascun degli altri segni il mio segnio. 
Come Bordo gli si fu proferto, 
Istando un pezzo, parve lor sentire 
Il busso de' cavagli e l.aQQ^nre. 



36 

46. 

Allor si fero iDoanzi a riguardare, 
£ vidon la reina e' cavalieri 
Ivi in un prato presso a lor fermare. 
Poscia vidon come il gittstizieri 
Il capannuccio faceva ordinare. 
Allor si strinson tutti insieme i seri, 
E subito abbracciar, gli sctidi poscia , 
Avendo ogniun la lancia in sulla coscia. 



47. 



E Lancelotto disse, Ja^imando: 

Signori, .stiavi a menie quel che ò detto, 
Cke ben ciascun mi venga seguitando. 
Po' abassa Tasta e tlen lo scudo al petto, 
E di quel bosco uscir fuori. spronando; 
E gli altri il seguitar senza sospetto, 
Gridando forte : Muoia la canaglia, 
Ch* alla reina vogliou dar travaglia. 



48. 



£ Lancelotto primamente giunse 
E fiere un cavaliere irosamente: 
L* arme gli ruppe, colla lancia il punse, 
E fogli piaga, che subitamente 
Di questo mondo la vita gli munse. 
E poi trascorse verso T altra giente, 
E il secondo e il terzo per niquizia 
Fedi, e die lor, morte co nequìzia. 



37 



i9. 



Astore e Bordo e gli altri il seguitare; 
In sullo stonno gtunsoa senza fallo, 
E molti de' nemici soavallarò 
In quello stormo a terra del cavallo. 
E que' de re Artu mosson riparo, 
A lor si volson, senza £air più stallo, 
Gridando forte; Lancelotto e' suoi. 
Sì come traditor nel campo muoi. 



20. 



La zuffa cominciò tanto dobiosa, 

Che ma' non ne fu niuna tanto fiera : 
L' ardita, schiatta stava poderosa, 
E non se ne partie niun da schiera. 
E r altra parte non oziosa, 
E .per soperchio dimorava altiera; 
Laonde Bordo per ira si mette 
Entro le presse « ov* erano piii strette. 



21. 



E comincia a mostrar la sua franchezza, 
E fané assai cader sopra la piazza. 
Elmi è -sberghi e scudi spezza, 
E, dove giugne, tutto il campo spazza. 
E. chi s'accosta a lui per sua mattezza, 
Bordo il guata e subito l' ammazza. 
E po' donò la morte ad Agravano, 
Ch' era fratello di messer Gakano. 



38 



Astore e Briobrisse e Lionello 

Insieme si cacciaren nel benaglio; 
E cinque n' abbattè e Dudinello , 
E anche a molti diedor gran travaglio. 
Gli altri venzette seguirò il drapello, 
£ misesi oatunò a tipentaglio , 
Gridando sempre: Viva Lancelòtto, 
E muoian que' de re di Gamellotto. 



23. 



Yeggiendo Gariette esser conquiso 

Agravan suo fratel, da Bordo morto, 
Di lagrime bagniossi tutto il viso. 
E cavaliere isnello e accorto 
Percosse tra' nimiei a non diviso , 
E tutti i suo' di ciò preson conforto, 
E fero a' lor nimìci tanta ingiuria , 
Gh' assai gli sbigottirò in quella furia. 



24. 



Non fu giammai nessun tanto cacciato, 
Quanto fu Lancelotto a quella volta, 
Yeggendo que* de re , che conquistato 
Avian per forza della piazza molta. 
Per questo fece un colpo ismisurato, 
Quanto potè con suo balia sciolta; 
E fesse 1' elmo più giù che '1 cervello 
A Gueriesse di Galvan fratello, 



3» 



25. 



Morto questi però non si tenne; 

Ma inver degli altri con furia si corse; 
E de la morte a chi inanzi gli venne. 
Allor più genti per fuggir si corse , 
Perchè temenza fra loro convenne. 
E Gariette eh' allora s' accorse 
Che guerisse di morte dogliosa, 
Cogli altri morti in sul campo si posa. 



26. 



Sicché , per vendicarsi , e' s' abbandona 
Arditamente fra T alto legniaggio , 
E giugno ad uno » e tal colpo gli dona 
Di sopra T elmo, quanto seppe maggio, 
Che morte per pietà non gli perdona; 
Anzi r uccise , onde ne fu dann aggio. 
E questo colpo vide Astor di mare ; 
Onde. si mosse, per lui vendicare. 



27. 



« 



E giunse a Gariette, e si lo sgrida: 
Yassal, vassal, io ti darò la morte, 
E di mie man convien eh' io ti conquida ; 
E sopra V elmo il carica sì forte 
Colla tagliente spada, in cui si fida, 
Che lacci e fibie non fur tanti forte. 
Che r elmo avesson forza di tenere , 
Si che gli fece di testa cadere. 



40 

£ Gariette non fé più contesa, 
Vedendosi del capo disarmata ; 
Anzi fuggiva via alla distesa, 
E fussi a Lancelotto riscontrato , 
Lungo la stipa della fiamma accesa , 
Il qual venia com uomo arrabiato. 
E giunse a Gariette , e si lo uccise , 
E 'nfino al mento il capo gli divise. 



n^ 



Sì che nel fuoco cadde rovescione, 
£ Lancelotto ne fu poi doglioso, 
Che no '1 conobbe in su queir offensione. 
Per lui la gherra non ebe riposo , 
Anzi ne seguitò la struzione; 
£ morto questi, non fu pò più oso 
Di star più fermo e di tener più campo, 
Anzi fugì ciascuno per suo scampo. 



90. 



E la reina , che s' era fugita 

In una parte là della foresta, . 
Per più franchezza trovar disvanita, 
Quand' ella vide fugir senza resta 
Color, da cui si tenie diservita. 
Di tal venuta menò somma festa, 
Lodando Idio con santa Maria, 
Che r à scampata da sentenzia ria. 



ài 



34. 



E Mordaretto. falso e disleale 

Fa quasi de' primai » che si partio : 

Correndo forte più che s' avesse ale , 

Insino a Camellotto si fùgio, 

E giunse al re e racconiogH il male/ 

Colà ricolto doloroso e rio. 

E ancor la morte da sub frate disse; 

Laonde il re di gran dolor s' afisse. 



32. 



E lagrimando, si fecie venire 

Preti e frati e altra buona giente; 
E, disse loro che dovesson gire 
A luogo della zuffa immanten^nte / 
D' ordinar de' corpi seppellire , 
E che parte solènnemente 
I corpi morti de' suo' tr^ nipoti 
Allor ' recasson con pianti !dévoii.' 



33. 



Ed e' si mosson senza far sogiorno. 
Per ubidire il suo comandamento. 
Or lascio star costoro , e si ritorno 
Al gran legniaggio pien d' ogni ardimento , 
Che sopra il campo di vittoria adorno 
Rimason, quando per mortai pavento 
L*a gente de re Àrtu si dipartirò, 
Al punto y che sconfìtti si fugiro. 



42 

34. 

Non fece LanceloUo punto caccia, 

Vegiendo ogniun fugire senza resta; 
Ma tanto a lei segui la traccia, 
Che 'n una parte di quella foresta 
Trovò la gentil donna , ed e' 1' abbraccia , 
E felle riverenza e somma festa. 
E devi a 'ntender eh* eli' era fugita , 
Per più scampo trovare dì suo vita. 



35. 



Ed ella fé di lui tale allegrezza» 

Che no '1 potrei contar per iscrittura. 
E 'ntorno al collo per gran tenerezza 
Si r abbracciò di sopra T armadura. 
Ella splendea di somma bellezza. 
Lodando Cristo di cotal ventura; 
E ritornar nel campo a' loro amici, 
Qua* fur di lor venuta assai felici. 



36. 



E poi senza fare a lor' conforto 
Sopr' uno scudo subito portare; 
E questi fu da Gariette morto. 
E po' colla reina s' inviare 
Per un sentier riposto molto acorto. 
E cosi insieme tanto cavalcaro , 
Gh' alla Gioiosa Guardia fur venuti ; 
D' una gran festa furon ricevuti. 



43 



37. 



E quivi seppellirò lor parente, 

E po' fermar la porta eoa serrami; 
E si mandar valletti prestamente 
Ai loro amici per molti reami, 
Ch' a lor venisson con tutta lor giente 
Sicché correndo per mondo le fami. 
Molti s' apparecchiar con lor potenza , 
Per iscampargU dalla ria sentenza. 



38. 



Molto fu grande il sollazzo e le risa, 
Che '1 Laqcelotto fé con esso quella, 
Che assembrava istiella paradisa : 
Tant' era savia e graziosa e bella. 
Et oggim:ai non pensa ìq ni una guisa 
Sentir doloro o malvagia novella , 
Qu^nd' à colei , (}ella sua vita lume , 
Piena di grazia e d' ogni buon costume. 



3^. 



I preti, e frajbi e tutta lor compagnia 

Giunsono al luogo della g^an battaglia. 
Di lagrime di lor ciascun si bagnia, 
Yegiendo di lor giente si gran taglia. 
£ il nipote del re di Brettagnia 
Recaron con dolore e con travaglia; 
E, quando giunsofi nel mastro palagio, 
Ciascun fu pien di doglia e di disagio. 



44 

40. 

E posto in sulla sala, il gran lamento 

Il re comincia , e po' messer Galvano , 
Yegiendo morti i suoi a gran tormento, 
Di doglia tramortirò a mano a mano. 
£ pò* si risentir con grande stento, 
E sì dicie: Qual fu quel villano, 
Che ti donò la morte, Garietto? 
Da Cristo sìa quel braccio maledetto. 



44. 



Lancelotto, crndel mio nemico, 

Ta m* à' spogliato di bene e di gioia , 
De' miei frategli vedovo e mendico 
Fatto m' à' esser si , che par eh* io moia , 
Sicch* io il punto e F ora maledico 
Che tu nascesti» falso, pien di noia. 
Ma s' io non muoio , io ne farò veQdetta ; 
Po* tramortito sopra lor si getta. 



42. 



Assa* ne pianse il re e* suo* baroni 
Per questi tre frati di vita ptivi: 
Si non potre* dir tutti i sermoni, 
Che re Artu e' suoi fecion quivi. 
E, fatto il pianto, il re senza questioni, 
Con grande doglia e di lagrime rivi 
En un sepolcro sì gli seppellirò, 
E molti à bruno per- lor si vestirò. 



45 



43. 

Nei monumento lettere intagliate 

Fé fare il re Artu per rimembranza, 
Qual eran d' oro , che dicien : Sacciate 
Che tre frate' di somma nominanza » 
Che furon morti per gran crudeltate 
Di Lancelotto e suoi per soperchianza, 
In un sepolcro è: furon elli 
D'Àrtu nipoti e di Calvan fratelli. 

44. 

E fatto questo , fu deliberato 

Che con istuol bandito, sen^a indugio 
L'alto iegniaggio fosse asserragliato. 
In modo,. che no^i aggiano ricovero. 
Per Brettagnia il baindo fu gridato 
Che ciascun cavaliere ricco e pov,ero 
Venisse in corte per comandamento 
Con quanto avesse a guerra fornimento. 

45. 

Ornai del cantare ognor mi cheto: 
Che troppo seguitare una matera 
Non piace a uom magnanimo e dispreto,. 
Perch' i' ò detto questa parte intera , 
Il troppo mi terrebbe entro segreto. 
Ma sQ vostro intelletto udire spera,. 
E pure udir v aggrada il captar quarto , 
Dell' ubidirvi punto non mi parto. 

Finito ti terzo oantare di Lme^loHo. Amen. 



46 

\. 

Vergine Madre, in cui la nostra fede 
Soggiace di lumir beati, 
In questo mio cantar, che or procede 
Dietro agli altri tre , eh* i' ò cantati , 
Il mio intelletto contentar non crede 
Gostor, che son per udire assembrati, 
Se voi , Madonna , in questo mio volume 
Alquanto mi porgete il vostro lume. 



Racconta il libro e la storia verace 
Siccome il re Àrtu bandi su* oste; 
E , per. non fare il suo pensier fallace , 
Sì assediò le campagnie e le coste 
Della Guardia Gioiosa, che gli piace 
Di disertalla tutta senza soste. 
£ questo assedio fé cotanto forte, 
Per suoi nepoti vendicar la morte; 



3. 



E per pigliar la sua fallace sposa, 

Per cui cagion cotanto danno naque. 
Ma quel caste! la ripa perigliosa 
Dall' una parte avea , dall* altra V aque 
Del mar battea d* intomo a una costa. 
Di questo assedio punto non dispiaque 
A Lanceiotto , né agli abitanti , 
Se '1 re vi fosse ben con se* cotanti. 



47 



4. 



Queir nomo ben mirava le sue mura : 
Pensar d' averla era cosa isciocoa. 
E delle braccia in alti più altura. 
Nel mezzo del castello era la rocca, 
Che d* in su quella giù per la pianura 
Non gitta in fallo chi suo alrco scocca , 
E pietra può gittar senza rimedio; 
Pensate se 1 Castel teme d'assedio. 



5. 



Gom era di fortezza ben ghernita; 
Così ad ogni tempo per tre anni 
Dentr' era d' ogni arnese ben fornita ; 
E dubio non avien» se non d' inganni , 
Che per malizia non fosse tradita., 
Ma già il re non precurò gli affanni, 
Chent' era d' assediar ootal fortezza : 
Tant' era il rischio e pien d' ogni fortezza. 

6. 

\ 

A questo assedio fu messer Ciflvano 
E venti conti e sere di corona, 
Gilfrette il conte , e But^^lier lucano , 
E sì vi fu in sua propria\persona 
11 Doloroso, e po' messer ÌCaivano , . 
E più di dieci miglia; ma fagiona 
La vera storia £ gli uomini( accampati 
À piede et a cavallo bene armati. 



48 

7. 

E tutto il giorno corron per le ville 

Intorno a quel castel , pigliando prede. 
E di quo' paesi preson ben mille, 
£ tutti gli tagliar senza mercede > 
Guastando i campi e recando in faville 
Torri e palagi, tagliando da piede. 
Di questo Lancelotto si doleva, 
E stava cheto e soccorso attendeva. 



». 



E la novella corse immantanente 
In qua e là per ciascun paese. 
E il sir della valle del serpente 
Con cento compagnion per sue difese 
Si giunse là per mar subitamente. 
E Liombordo ancora il cammin prese, 
Gh' era per tutto il mondo ridottato , 
E giunse a lui con trenta accompagniate. 



9. 



E sì vi venne il franco Pellegrino, 

Con cento trenta il sir di Sorbisse , 
Il qual mandò il re Caleondino. 
E per amore del buon Briobrisse 
Dinasso siniscalco e '1 suo «ngino 
Con trenta venne, acciocché non morisse 
Il suo amico, perchè in Cornovaglia 
Da re Marco il difese per battaglia. 



49 



40. 



Ancora il re Pilesse e la sua figlia. 
Che madre fa del forte Galeotto, 
Lor mandò giente prò' a maraviglia. 
Tarsiano il vecchio giunse là di fatto 
Co molti cavalier di sua famìglia , 
Gente da guerra e usi di baratto; 
E '1 sir del cimiterio tene il corso, 
Con venti giunse lor molto gioioso. 



14. 



E ancor vi venne cavalier ben cento, 
Che Lancelotto avie deliberati; 
Già per T addietro per lo incantamento, 
Ove Morgana gli avia 'mprigionati 
In una valle con grande argomento. 
In questo loco, ov' erano impacciati, 
I cavalier, eh' i' ò conto tutti quanti, 
Era la valle de' fallaci amanti. 



42. 



Più altri cavalier, per dagli aiuto, 
Di stran paese vennon per amore, 
E dentro fu ciascun ben ricevuto. 
Quantunque si potè, con maggio onore. 
E devi antender che ciascun venuto 
Esser poteva senza disonore: 
Però che '1 mar gittava sì gran fiotto, 
Che mai non s' assediò giorno né notte. 



50 

43. 

£ cinquecento e più trovo che foro 

fi franchi cavalier, che 'n quel castello, 

Davan difese sopra il foi-te muro ; 

^erch' uno assalto doloroso e fello 

Vi die Messer Galvau crudele e duro 

Per Gariette suo carnai fratello; 

E color dentro ben si ripara ro, 

E dai Castel con danno gli cacciare. 



4 4. 



E non volendo star come conigli 

Tanti buon cavàlier dentro rinchiusi, 

Insieme furo a stretti consigli, 

E disson: Per non istar sì rinchiusi, 

Astore immantinente il cammin pigli 

Con gente di qua entro del mare usi, 

In cammino austri patremoni 

A ragunar cavaUeri e pedoni. 



43. 



E quando gii ebon ragionato questo , 
Astore iscelse cento compagnioni, 
E ordinò il suo navilio presto; 
E , nei partir sì disse lor : Baroni , 
r v'accomando a Dio, padre terresto. 
Quando ritornerò, a' gonfaloni 
Vermigli per lo mar voi vederete, . 
Alior magno soccorso attenderete. 



51 



46. 



Ciascun V accomandò all' alto Sire ; 
£ , navicando per diritto vento , 
Giunse al luogo dove volea gire, 
Senssa patir disagio o niuno stento. 
£ 1 grande onor non si potrebbe dire, 
Gbe 1 popol fece lor di buon talento; 
Quando Astore contò lor la cagione, 
Gli proferson l'avere e le persone. 



Al. 



£ 'n questo mezzo, che H nobile Astore 
Forni d' aver pedoni e cavalieri , 
Messer Galvan con gente di valore 
Alla Gioiosa Guardia giunson fieri , 
Dando battaglia con molto rumore; 
Ma e fu lor riposto volentieri , 
£ della rocca cadon priete e dardi, 
Che que* di fuor cacciar, come codardi. 



48. 



Un giorno il re chiamò messer Ivano, 
£ domandollo se dentro avie gente 
£d e' rispuose: Re, siate certano 
Ch' assa' v' à cavalier veracemente. 
£1 re si reca questo detto in vano', 
£ non crede che ver fosse niente , 
£ pe' rischi salta , senz' aver dotte , 
Il campo non facien guardar la notte. 



52 

Mescer Bordo vegendosi il bello , 

Per dare al re crndel daDDaggìo et onta , 
Di mezza notte uscì fuor del castello, 
E eoo gran giente giù del poggio smonta. 
E non pigliando il re guardia di quello, 
In su quel punto, ch'ei so non sormonta» 
Giunson costor nel campo agli steccati, 
E 'n molte parti gli ebono spezzati. 



20. 



£ tutti insieme entrar da' padiglioni: 

A tagliar giente ciaschedun contende; 
E , non trovando allor difensioni , 
Per terra misson padiglioni e tende. 
E poscia preson molti buon prigioni, 
E morto era da lor chi si difende. 
E pò* che gli ebon fatta sì gran tagKa, 
Partissi con prigioni e yettuaglia. 



SI. 



Allora il caftnpo di romor fremisce, 
E molti , che rimasi eran fediti , 
Chi piange qua, e chi lo stuol seguisce; 
E gli altri, quasi come isbalorditì, 
Chi corre alF arme , e chi intende a fugire. 
Ma poco valse lor, perchè rediti 
Entro il castello, ciascun fé raccolta 
Co molto arnese > eh' egli avien lor tolto. 



53 

Ei re di ciò rimase assai pensoso 

Per quel dannaggio, che color gli fero. 

Fu da quei punto inanzi più studioso 

Di iar guardare il campo , a dire il vero , 

E di più giente si fé più cupioso; 

£ fece che, come di Hggero 

II bue si lascia torre dalla stalla, 

Po' serra V uscio » e danno non gli falla. 



23. 



E *ì franco Lanceiotto e la reina 

Il più bei tempo si davan dei mondo, 
Stando insieme la sera e la mattina : 
Ella vorrebbe che 1 re fosse in fondo. 
L' amor di questi amanti sempre affina. 
Non curando d'assedio né di pondo; 
Cosi stando gli amanti veraci 
Con gran soUazzi et amorosi baci. 



24. 



Stando un giorno, vidono apparire ^ 
Pe' pelaghi di mar molte bandiere, 
E tante navi che potre' ben dire 
Che *n vero eh' elle eran venti schiere. 
E '1 vento le facie ratto venire 
Inverso del castdlo ardito e fiere. 
QuesV era Àstor coi gonfalon vermiglio ; 
Onde se n* allegrò il padre e '1 figlio. 



54 

25. 

E dentro cominciò si gran sonata 

Di trombe e di stromenti supermelli » 
Gh' el re e Toste suo n' è spaventata. 
£d ecco Astor, che giunse verso d* elli, 
Co molti cavalieri a sua brigata, 
Gh' amavan lui e suoi come fratelli , 
E di pedoni quindici migliaia 
D'ardita giente valorosa e gaia. 



26. 



E quando nel caste! furon ricolti ^ 
La festa cominciò molto sovrana, 
Gantando assai canzon co lieti, volti. 
Ma 'i re e F oste suo da lor divaria , 
E del fare allegrezza si son tolti, 
Per quel eh' è giunto alla parte contraria , 
E di fornissi ciaschedun s'affretta, 
Si come giente, che battaglia aspetta. 



27. 



E nel seguente di' con tal baldanza 
Intrò in castello il cavalier sovrano, 
Per uscir fuori contro a lor possanza, 
E con gran provedenza si schierare, 
E poi usci fuori senza tardanza, 
E cinque ischiere di loro ordinare. 
La prima si condusse messer Bordo, 
Tarsiano il vecchio e il franco Liombordo. 



55 



28. 



Della seconda fa coBdncìtore 

Astor di mare e T aspro Lionello 
E '1 sir del cimiterio di valore. 
La terza seguitò queir uomo isnello 
Brioberisse degnio d' ognio onore , 
E fu con lui Dinasso e suo fratello. 
La quarta Pernorino prò' e valente , 
Con esso il sir della vai del serpente; 



99. 



La quinta schiera rimase condotto 
Con tutti i cavalier delF araistade 
Dell' uomo stretto ; messer Lancelotto , 
Dov' era somma forza et amistade. 
Ogni mal passo fu ispento e rotto , 
Per meglio scender giù con libertade. 
E po' fu ritta ciascheduna insegnia, 
E dello scender ciaschedun s' ingegni». 



.^. 



£1 re dinanzi se n' era avvisato ; 

OndVegli avie gran giente raccolta > 
E molte schiere ordinate nel prato 
D'assai cavalleria istretta e folta, 
E a ciascuna il capitan donato. 
E fatto questo, diedono una volta 
In una prateria larga e lunga , 
E guarda pur che Lancelotto giunga> 



56 

34. 

E Lancelotto e' suoi yennono al piano, 
E Bordo innanzi a tutti gli altri mosse. 
E incontro gli si fé messer Ivano , 
E r una schiera e V altra si percosse. 
E cinque n' abbattè con V asta in mano 
L' ardito Bordo : tant' era suo posse. 
Astore e Lionel percosse adesso 
Alla bandiera de re Caradosso. 



32. 



Briobrisse e Dinasso e suo cugino 

Con loro ischiera andarono a fedire 
Gilfrette il biondo , eh' era in sul cammino , 
£ molti fer di suo giente morire. 
E percosse il nobile Pernorino 
Adesso a Mordarette con ardire; 
E della sella n* abbattè in sul prato, 
Pogniam che tosto fu rincavallato. 



33. 



Essendo queste schiere mescolate, 
E colpi cominoiar duri e mortali, 
E misurose giosire e smisurate, 
Rompendo arcioni , cinghie e pettorali. 
Po' misson mano alle spade affilate, 
Togliendo V armi et elmi e nasali. 
D' alquanti arditi cavalier conviene 
Che vi racconti se si portar bene. 



51^ 



34. 



Il mastro delle giostre; Astor di mare, 
Inverso Chioso abandonò il freno, 
E si gran colpo gli fece provare, 
Che tutto quanto il fece venir meno, 
E sì gli fece la sella votare. 
E pò* si dirizzò col palafreno, 
Et abbaitene ad una lancia sette, 
Et anche s' affrontò a Mordarette. 



35. 



E si il fedi per tal virtù ed ira 

Di sopra T elmo , che tutto il fracella. 
E Mordaretto in qua e là s' aggira ; 
Ma pure infine e' cadde della sella. 
Brioberis per lo campo rimira , 
Dove *n agio staffar potesse bella. 
Po* si drizzò con quattro compagnioni, 
E quattro n* abbattè fuor degli arcioni. 



36. 



E 1 franco Pernorino mortalmente, 

Che '1 campo si portò in suo compagnio , 
Costui il sir della vai del serpente, 
E il sir del cimiterio prò' e magnio, 
Tarpino e Liombordo similmente; 
Laonde que' del re con mal guadagnio 
Le spalle volien volger; po' si mosse 
Messer Galvano colle sue posse. 



58 

37. 

E colle lancie in mano si assalirò 

Le schiere del castel con gran vigore, 
E per soperchio dietro li sortirò. 
Alior si leva il grido e '1 gran rumore, 
£ Lancelotto e suoi questo sentirò. 
Yennono alla zuffa con gran vigore, 
E *n quello scontro assai ne scavallaro, 
Che mai per loro non si levare. 



38. 



Il re avie genti duo cotanti, 

Che Lancelotto: ciò dice la storia. 

EgU avie seco i cavalieri erranti, 

Ch'assai guataro di dagli vittoria. 

Ma que' del gran legniaggio prò* e atanti 

Al tutto gli privar di questa gioia. 

E sopra tutti fu di ciò cagione 

h* ardito Lancelotto campione. 



39. 



Egli abbattè in quel giorno per più volte 
Messer Calvano e tutti i maggiorenti. 
Costui isbaragliò le schiere folte, 
Assai uccise di minute genti. 
E 'n sulla sera si fero raccolta, 
Lasciando i suoi tristi e dolenti 
In qua e là pel campo sbaragliati, 
. E più di mille morti e 'naverati. 



59 

40. 

Ciascuno al castello fece ritorno , 

Per prendere agio et alquanto riposo; 
E , per r onor , eh* avieno auto il giorno , 
Ciascun ne fu di gran modo gioioso. 
B la reina con il viso adorno, 
Vegiendo il suo barone vitturioso, 
A poco stante sopra il dolce petto 
Gli die riposo con vago diletto. 



41. 



Il re Àrtu rimase pìen di doglia , 

Yegendosi condotto a tal dannaggio,' 
Et or s' avvede che non sembra foglia 
Di poter disertar con tal legnìaggio. 
E anche messer Calvan di ben si spoglia, 
Perchè à cresciuta vergognia et oltraggio. 
• E ivi al terzo di* irosamente, 

Per far battaglia, rassembrò sua gente. 



42. 



E '1 giorno fu lo stormo duro e forte, 
Per volere ciascuno esser felice. 
Molti ne fu per ferro messi a morte, 
E ben s' insanguinò mille camice. 
El re iscapitò di quelle sorte, 
Secondo che la storia conta e dice. 
E 'n questo modo stettono in ti'avaglia 
Più di se' mesi pure in far battaglia* 



60 

43. 

Sentendo il papa si fatta discordia, 
Perchè non seguisse tanto male , 
E per recagli in pace et in concordia , 
Sì vi mandò un santo cardinale, 
Qual era pieno di misericordia. 
Costui y* andò per vicario papale , 
E giunse a re Artu e si gli comanda 
' Che più battaglia niente si spanda. 



44. 



E po' n' andò su entro il castello 

Con gran compagnia di chericeria; 
E dopo il grande onor eh' egli ebe bello , 
Si fece una discreta diceria, 
, E si comandò a questo a quello 
Che nul discenda nella prateria , 
Per far battaglia; e voi che Lancelotto ' 
Renda suo donna ai re di Gamellotto. 



45. 



Con questi patti e co tal convenenza , 
Che giurerà per leal saramento, 
Com a suo donna farà reverenza, 
E cesserà da sé il mal tormento , 
Ch' ella portava per la sua fallenza. 
Ancor voi che si parta a salvamento 
Da quel castel con tutta suo compagnia, 
E sgombri et esca fuor della Brettagnia. 



61 

46. 

Su questo detto Lancelotto pianse, 
Pensandosi da sua dama partire. 
£ colle man tutto il viso s' infranse , 
£ 'nanzi al cardinal pensò morire. 
£ con parole sospirose e' pianse, 
Respuose : Padre , io non oso disdire 
Quel, che piace al pastore et anche a voi, 
Pogniam che ciò mortalmente mi noi. 



47. 



£ '1 cardinale allora il benedisse; 
E po' a re Artu fu ritornato , 
£ tutto il modo e condizion gli disse 
Com egli avie tra lor deliberato; 
Onde voleva ched e' l'ubidisse. 
Se non fai ciò , sarai scumunicato ; 
£ '1 re, per tema di scumunicazione , 
Contento fu a questa condizione. 



48. 



Molto ne pianse la dolce reina 

Tutta la notte insieme col suo amante. 
Vegnendo po' la seguente mattina. 
Ella si sforza di far bel sembiante, 
E nel segreto si chiamò meschina. 
E po' s' armar le genti tutte quante , 
E sì r accompagniar tutto lo stuolo , 
Menando pei cammin ciascun gran duolo. 



62 

49. 

Giù la menaro fino a' padiglioni 

E '1 cardinal la prese e la riposa , 
El re presente e' suoi baroni; 
Ed e' giurò d' osservare, ogni cosa , 
Ch' io v' ò contato di lor condizioni. 
Così si parti la reina amorosa 
Da Lancelotto, che tante prodezze 
Per amor fece delle suo bellezze. 

50. 

Il re Àrtu tornò nella città, 

E '1 cardinale tornò al padre santo, 

E raccontò alla suo maestà 

Il fatto comento tutto quanto. 

E poi i cavalier dell' amistà 

Dal Lancelotto si partir con pianto. 

E tanto per lo mar si diportaro, 

Che tutti a ìot paese ritornare. 

54. 

Essendo Lancelotto ritornato 

Nel suo diritto patrimonio antico, 
Da tutta gente fu molto onorato, 
Assai più troppo ch^ io non vi dico. 
E perchè io v* ò di questo cantato 
In rime et in versi, più non ci abico : 
Perocché nel cantar, che verrà quinto, 
Sì come fìa seguir, dirò distinto. 

Finito il quarto cantare di Lancelotto. Amen. 



63 



Signior, sempre si disse volgarmente 
Che chi à letto questione o battaglia, 
Che , s' eir è grande , si vuol far niente. 
La piccola, però che più non saglia, 
Si medichi che si pieghi di mente, 
£ non s'accosti al fuoco colla paglia. 
Però se '1 re avesse ciò creduto , 
Il mal , 6h' aTvenne , non sarebbe essuto- 



2. 



Po' che re Artu per via di concio 
Riebe la reina, com i' ò detto, 
Nel viso sempre le mostrava broncio. 
E non prende solazzo né diletto, 
Vegiendo il suo paese cosi sconcio, 
Pien di tribulazione e di difetto. 
E per cessar la doglia, che lo impaccia , 
Si cominciò per bosco andare a caccia. 



3. 



Onde a messer Calvan sembrava torto, 
Vedendol sollazzare, e non pensava 
Di Gariette suo, che gli fu morto. 
E quando il re Artu dentro tornava, 
Inanzi gli venne pien di sconforto; 
Ed aspro pianto il viso gii bagniava , 
Dicendo : Re , io non avrò mai pace , 
Per Gariette mio, che morto giace. 



64 

4. 

E somigliante ancor per Gueriesse 
E Agravan che cotanto v' amaro , 
Sì eh' io vere' ben che vi piacesse 
Delia lor morte e del tormento amaro , 
E che vendetta per lor si facesse 
Sopra color , che si ti danneggiare ; 
Almen di Lancelotto aspro tiranno, 
Che cagion fa di cotanto danno. 



5. 



Vegiendo il re Artu il suo nipote 

Sì duramente lagrimar con pianto, 
E pure in far vendetta il re percuote, 
E ogniun di* nel priega cotanto, 
In questo modo quant* e* sa e puote. 
Per questo il cuor si sente si rinfranto. 
Di gran compassion , che gì' impromette 
Di suo' nemici far tosto vendette. 



E si mandò per tutti i suo' paesi, 
E oste general fece bandire. 
E quando venne in capo di tre mesi , 
Quindicimila cavalier d'ardire 
Si assembrò forniti d' ogni arnesi. 
Legni di mare assa' fece venire. 
Per navicar con suo magnific' oste 
Sopra i nemici a tutte le suo posti*. 



65 



7. 



E per lasciare alcun governatore, 

Per cui il regnio suo fosse ben retto, 
Il suo nepote chiamò per amore; 
Ciò fu il reo e falso Mordaretto^ 
E dissegli : Sarai mantenitore 
A far giustizia in tutto il mio distretto. 
E que' giurò di non fare il contrario, 
E '1 re il confermò per suo vicario. 



8. 



PregoUo assai teneramente 

Che di suo dama gli fosse leale, 
E che le fosse umile e reverente. 
, E que' rispuose: Caro zio reale, 
Di ciò vi servirò compiutamente ; 
E detto questo, in sul navilio sale 
El re, che fie de ritornar lontano 
Con suoi baroni e co messer Galvano. 



9. 



E navicando via per lor giornate, 

Appresso venne ched è' preson porto 
L' ardite genti di valore armate. 
Ciascun del prender terra fu accorto 
Tra bocche e padiglioni in quantitate, 
Sopra i be' prati fur tesi di botto , . 
Facendo fossi lunghi et isteccati 
Intorno intorno ov' erano accampati. 



66 

40. 

I lor nimici dentro nella terra 

S' eran forniti , sapiendoi dinanzi , 
Si come il re voiie lor far guerra, 
Di buone genti, in coi baone fidanzi 
Àvieno i lor dove bisogno afferra , 
Perchè il re co loro niente avanzi. 
D' onor però gli mandaron V ingaggio ^ 
Che la battaglia voi V alto legniaggio. 



44. 



Messer Galvano e *i re il gaggio tolse , 
£ ivi al terzo di' co molto senno 
Tutta suo giente il re Artu raccolse , 
E molte schiere sopra il campo fenno. 
Enverso la riva tutte le volse, 
E di voler battaglia feron cenno. 
E Lancelotto e* suoi distrettamente 
A petto furo loro arditamente. 



4S. 



Prima percosse Lionello e Bordo 

Co loro schiera di poder gagliarda. 
Bordo fedi messer ^alvan d' accordo 
Sopra lo scudo, che già non riguarda. 
Tutto lo fesse e fegli un gioco bordo, 
E una piaga gli appiccò la guarda. 
£ se la lancia gli avesàe durata, 
Messer Calvan la sella arie votata. 



67 



43. 



Messer Caivan si tenne con angoscia , 
E tra la giente di Bordo si mise; 
£ duri colpi di suo spada croscia, 
£ molti cavalier nel campo nccise. 
£ Bordo tra la sua si mi^e poscia, 
£ dolorosamente gli conquise; 
E fiede per diritto e per trarerso 
Chiunque giugno sopra il campo verso. 



44. 



E po' messer Ivano e U re d* Irlanda 
Con esso il re de la città vermiglia, 
£ '1 re di Scozia e que' di Norbellanda, 
Co loro schiere fatto à maraviglia, 
In ver lo stormo dirizzar lor bande. 
Àstor di mare il fascio di lor piglia, 
Desiderando d' aver co lor zuffa , 
E li si cominciò il berzaglio e zuffa. 



45. 



Di ladce vi si fé si gran fcacassa, 

Ch* a lungi un mi' si sentì il rumore; 
Ma sopra tutti delle giostre passa 
L' ardito cavalier messer Astore. 
Costui sue gente raccolse e rammassa, 
E donò lor conforto e gran vigore; 
Ma per lo soperchio che 'ncontro aveva, 
La sua prodezza più non caleva. 



6a 

46. 

Allor si mosse il franco Briobrisse 

Con una schiera di gente perfetta, 
E tutto il campo parìa che romisse. 
Sì giunse alla battaglia con gran fretta , 
Perchè ciascuno il suo valor sentisse; 
Dietro alle spalle lo scudo si getta, 
£ colla spada si reca a partito 
Di dar la morte a chi terrà lo 'nvito. 



47. 



E pò* si lanciò con arroganza 

Al re di Scozia , e d* un colpo V offese; 
£ non avendo il re tanta possanza 
Di stare in sella, al campo si distese. 
E po' con furia senza temperanza 
El re di Scozia per lo gozzo prese-, 
Et abattello in terra dell' arcione 
Nella presenza di molte persone. 



48. 



Yegiendo il re per qyella giunta 

Tutta suo gente, quasi come rotta, 

I^er non lasciar far lor più falsa punta, 

Per aiutargli si mosse allottai 

E die vigore a quella gente spunta, 

Che del fugir del campo avien grand' otta. 

E fu tanto lo stuol , che '1 re v' adus^ , 

Che suq! nijoaici assai indietro ridusse. 



69 



49. 



Pensando Lanceloito che mestieri 

Àvie sue giente di verace aiuto , • 
Subito mosse con suo' cavalieri , 
£ tosto fu nel campo conosciuto. 
Egli avie sotto un leardo destrieri, 
Qual egli avie già dal re auto. 
E corrie forte come uccello: 
Tant' era forte , poderoso e bello. 



20. 



E giunse al primo , e di tal forza il fiede, 
Che cinghie e pettoral tutti gli spezza , 
E fecel rimaner fedito a piede. 
Fedi messer Calvan con gran destrezza, 
E giva in terra: sì duro non siede, 
Ched e' non caggia per la grande asprezza. 
E po' fedi alla schiera reale, 
E fece lor vergognia e ontoso male. 



^4. 



E ruppe e fracassò senza riparo 

Ischiere e gonfaloni e molte insegnie. 

El re e' suoi tanto indottaro, 

Gh' a pena al campo il di' ebon sostegnie, 

E insino a sera la zuffa durare. 

La notte venne , che lo stormo spegnie , 

Si che ciascuna parte fu redita 

Al luogo, ove quel giorno fer partita. 



70 

22. 

La notte vide il re il crudel danno. 

Che '1 giorno ricevette di suo gente ; 
E gli parie ricever grande inganno , 
Perchè di stnol da tanti e' n* è possente. 
E Lancelotto e suoi ebono affanno; 
Ma 'nverso que' de re non fu niente. 
El re, venuto il giorno tricga prese, 
E fugli conceduta per un mese. 



23. 



E po\ passato un mese, combatterò 
Di gran maniera de' giorni du' sette, 
E po' da capo un' altra tregua fero , 
£ r una parte e V altra il concedette. 
Un mese e mezzo compiuto et intero , 
Po' cominciar le zuffe maledette. 
Così di zuffe in triegue inanimati, 
Diciotto mesi e piii a vie a passati. 



24. 



E stando queste |>arti in tal tristizia 
Il falso Mordarette, pien^di frode, 
Incontro al re distese sua malizia ^ 
Che ancor dispiace al mundo , chiunque V ode< 
Cbè, per venire alla real dilizia 
Di tore il regnio al re tutto si rode, 
E con alquanti fé falsa congiura , 
Per fare al re, com udirete, ingiura. 



71 



as. 



Costor sì contrafero il sugielio, 

Gol quale il re sao lettere bollava; 
Lettere scritte suggellar con elio. 
In questa forma dentro raccontaya 
A Mordarette nostro buon fratello, 
Il quale il re Artu cotanto amava: 
Messer Ivano io misero doglioso 
Annunzio il gran danneggio doloroso 



26. 



Del nostro padre re , che nella guerra 
D* un colpo micidial dal Lancelotto 
Morto ci fu, et or giace sotterra. 
Messer Galvano a morte fu condotto, 
E no' meschini fumo messi a serra. 
.Senza trovar riparo e buon ridotto 
Fumo sconfitti e po' messi in prigione; 
SI che di noi non fate mai ragione. 



27. 



£ fatto questo , ciaschedun passaggio 
Segretamente fu per lor guardato , 
Acciocché non venisse alcun messaggio, 
Ghe disturbasse quel , eh* era ordinato. 
E Mordarette e tutto il baronaggio 
£1 re fece venire un di' nomato, 
Mostrando lor la lettera con pianto, 
£ 1 tinor lesse e disse tutto quanto. 



y 



72 

28. 

Tutta la gente ne portò dolore ; 

Ma, per non star senza corregimento , 
Delibererò di chiamar signiore. 
E Mordaretto oro e molto argento 
Ispese in qua e in là, facendo onore 
A chi avesse forza e valimento. 
E venne in grazia si d' ogni persona , 
Che di Brettagnia gli dier la corona. 



29. 



Tanto spendeva costui e donava 

Del suo tesoro a piccolo et a grande, 

Che come il re , o più , ciascun 1* amava 

Facie godere di mangiar vivande. 

Il re Artu non si ricordava, 

Et in maggior malizia po' si spande, 

Che quanto il re Artu avie signiori 

Si gli privò e diede altrui gii onori. 



30. 



E per saziare ben tutte suo voglie, 
Alla reina volle dar V anello , 
Et in postutto la volle per moglie , 
E questo le pareva al cuor coltello. 
Però di notte un punto presso coglie, 
E si fugì in un forte castello, 
Qual era d' un suo balio molto saggio , 
Che la volse affrancare d' ogni oltraggio. 



73 



34. 



E ivi r assediò subitamente ; 

Ma non però mai ohe la prendesse. . 
Or lascio star di questo convenente , 
E torno a raccontar gli odi e le resse, 
Che aveva il re Àrtu continuamente, 
E le battaglie, le qua' fece spresse 
Col Lancelotto dfiiV arme sovrano , 
E dirò anche di messer Galvano. 



331. 



Signiori, io potre' raccontare 

Che più di venti pessime battaglie 
Si fece il re Artu, per consumare 
I suo' nimici per via di battaglie. 
Ma altrimenti seguitò T affare, 
Che molto gli mancò le vettuaglie, 
£ di suo giente il terzo e più morirò, 
Qual per infermità» e qual per martiro. 



33. 



Onde messer Galvano addolorato > 

Per iscampare i suo* dì questo modo» 

In sé al tutto fu deliberato 

Di fare una battaglia a questo modo, 

Tra lui e Lancelotto solo nato; 

E qual di loro aver potesse il lodo, 

Avesse arbitro e liberal podestà 

Al suo compagnie di tagliar la testa. 



\ 



74 

34. 

Avendo fatto tal proponimento, 
Il re lo sconfortò di tal follia; 
Ma poco valse suo ammunimento , 
Che , com à detto , voi che fatto sia. 
Et un messaggio con grande ardimento 
Nella città ai Lancelotto invia , 
Che gli contò del fatta la cagione , 
E pò* sì r appellò di tradigione. 



35. 



E Lancelotto rispuoses Valletto, 

Dirai al tuo signior , messer Galvano , 
Po' che m' appella di cotal difetto, 
Che a difendermi non sarò lontano, 
E che si penterà di quel eh' à detto , 
Si come cavalier falso e villano ; 
Sì che nel terzo di\ senza niun manco , 
Ciascun sarà nel campo ardito e franco. 



35. 



E per cotal maniera questo appello , 
Com i* ò detto , tra costor si fece ; 
E messer fiordo^ suo cugin fratello, 
Volle far la battaglia per suo vece; 
E cosi anche Astore e Lionello 
Et altri assai. Ma a Lancelotto lece 
Di far questa battaglia sol pur egli^; 
E po' sì fece armare a' suoi frateglt 



75 



37. 



Dal capo al pie di sovrana armadara , 

Ed anche fece armar tutto suo ostiere, 
Perchè di tradigione anno paura; 
E po' sali sopra un gran destriere, 
E della terra uscì fuor delle mura , 
Accompagniate di molte bandiere. 
E cavalcando venneno in sui prato, 
Ov' era di combattere ordinato. 



38. 



Messer Calvan s* armò solennemente , 
E si r armò il re Artn gentile , 
E fece armar nel campo la suo gente; 
E già non à il suo nimico a vile. 
E Yo' che voi sappiate veramente 
Gh' al mezzo giorno venne signorile. 
Messer Calvan la forza raddoppiava, 
Mentre che '1 punto in queir ora durava. 



39. 



Dond' egli ebe questa degnitade 

Legga chi vole , e troverallo scrìtto 
Nel libro della sua nativitade. 
Per aver, nel mezzo di*, rispitto. 
Si stette, e raffrenò sua volontade; 
E giunto air ora, si si rìzzò ritto, 
E prese forza; sopra il destrier monta, 
Per fare al Lancelotto danno et onta. 



76 

40. 

Dietro gli andò assai cavalleria , 

El re Artu, per riguardare il fatto, 
Essendo giunti nella prateria, 
Tra Lancelotto e lui fu fermo il patto. 
E non facendo lunga diceria , 
Ciascun del campo prese molto ratto , 
Ayendo amendufi asti sofficienti 
Corte e grosse con ferri taglienti. 



41. 



Egli eran ben montati, al lor piacere, 
Correndo che parien folgori e tuoni. 
Insieme si fedien di mal volere. 
Ciascun dell* armi e poderoso e buoni , 
E r asti in terra in pezzi fer cadere, 
Elmi e scudi fecion si gran tuoni, 
Per si gran colpo, che come ismemorati, 
Cadon per terra i cavalier pregiati. 



42. 



£1 grido si levò che gli eran morti; 

E stando un pezzo, ciaschedun si rizza, 
E del cavar la spada furo accorti. 
Messer Calvan ^ eh' è pien di mortaP isasa 
Al Lancelotto die due colpi forti 
Di sopra Telmo, che foco ne schizza. 
Ma Lancelotto, acciò che non rimanga 
Di hr vendetta , un gran colpo gli spranga. 



J 



77 



43. 



Messer Calvair da capo V à assalito , 

Che nei vigor del mezzo di' si sente, 
£ 'n sulle spalle d' un colpo V à fedito , 
Che 1 sangue Tenne fuor subitamente. 
E Lancelotto alquanto sbigottito, 
SeDtendol del fedir cosi possente, 
Però si pone in quor di se coprire, 
Si che si stanchi sopra lui a fedire. 



44. 



Onde messer Gaivan non aveduto 

Di questo aguato, e per rccallo a fine^ 
Gli giunse adosso con fierezza arguto, 
Dandogli colpi maravigliosi a piene. \ 
£ tanto r à per sua virtù feruto. 
Che piaghe gli fé grande e piccoline; 
Si che pel campo si diceva a gride: 
Messer Calvaii Lancelotto conquide. 



45. 



Piangeva Bordo di perfetto ,cuore , 

Le genti della terra a torno a torno; 
Breobrisse, Lionello et Astore, 
Parendo lor ricever grande scorno 
Di Lancelotto, eh' aveva il piggiore. 
Essendo già passato il mezzo giorno, 
Messer Galvano i suo* colpi mancava^ 
E pur di riposarsi omai guardava. 



78 

46. 

LanceloUo vegiendo che manco 

Venie messer Galvan di quella itnpresa , 
E che del più fedire è quasi stanco, 
E che la spada a gran fatica pesa, 
' Inconta mente valoroso e franco , 
Verso messer Galvan con ira accesa , 
N' audà gridando : Io mi sono accorto 
Che , se potessi , tu m* aresti morto. 



47. 



Ond' io non vo* che ma' piii colpo facci , 
Che tutto il mondo di te si compiagnie , 
£ questa spada convien che ti spacci. 
E sopra r elmo d' un colpo la fragnie, 
E tutti gli spezzò li dritti lacci, 
E po' raddoppia le suo forze magnie, 
E diegU un colpo si pesante e grosso, 
Che nella testa gli ricisó T osso. 



48. 



£ fel cadere in terra tramortito, 
E po' la testa gli volle colpire. 
Il re vegendolo a quel partito, 
Si corse là , e cominciò a dire : 
Tu vedi, Lancelotto, com è ito, 
E che messer Galvano è per morire; 
Gnd' io ti priego che piìi noli' offendi , 
E cosi fatto, come gli è, mei rendi. 



79 

49. 

Que' rispuose: Re Ariu, vùi mi pregate 

Di quel , che non bisogna ; ond' lo ve rendo 

Messer Calyan, che libero V abìate, 

£ pur di quel, eh' è fatto» s' i' v' offendo, 

Merzè vi chero che mi perdoniate : 

Però che fatto T ò , me difendendo. 

£l re rispuose : Assai me n' à servito ; 

£ mandonne messer Calvan fedito. 



50. 



E Lancelotto , com uom vincitore, 
£ntro la terra si fu ritornato 
Con gran compagnia, facendogli onore. 
Quanto v^ à popol , quivi è ragunato ; . 
£ '1 re deliberò con gran dolore . 
Che r altro giorno il campo sia levato , 
£ '1 seguente di' senza niun fallo, 
Partissi il campo a piedi et a cavallo. 



51. 



E si entrare in mar ne' lor navili^ 

Per ritornassi nella gran Brettagnia; 
E navicando vie con venti umili, 
Si preson porto a una terra magnia. ' 
Qui ristetton come signorili. 
Per prender agio della gran campagnia; 
Si che messer Calvan fu liberato 
Della gran piaga , eh' era inaverato. 



80 

Quando guarito fu messer Galvano , 
Il re Ària si pres^ a cavalcare 
Inver Brettagnia per un largo piano ; 
E cavalcando via per loro affare , 
Si riscontrar lo 'mperador romano , 
Che venia tributo domandando 
A re Artu sì» che conoscendo 
Gh' egli era desso » giiel mandò chiegendo. 



33. 



£1 re rispuose: Non una medaglia 
Non gli dare' 'n atto di tributo; 
Ma, se vorrà co meco far battaglia, 
Avanti venga e sarà ricevuto, 
Gom io credo eh' a veder gran travaglia 
Della suo gente ci sarà venuto. 
Allor si diparti V ambasciadore , 
£ disse questo al grande imperadore. • 



54. 



Onde lo stormo e la zuffa ne naque, 

Si gran taglia, eh' ancor n* è ricordanza; 
Onde a ciascuna parte assai dispiaque. 
Ma re Artu , eh' avie maggior possanza , 
Si fé di que Roman grande scialaque, 
Benché ne venne in danno et in bassanza : 
Ghò '1 suo messer Galvan fu messo a morte 
Da un Roman d' un colpo duro e forte. 



81 



55. 



E 'n coiai modo quei Roman T uccise , 
Che la piaga , ond' era scampato , 
* Ch' a punto a punto la spada gli mise ; 
£ subito morì lo sventurato ; 
Che quello stormo più volte rìcise, 
E consumò i Romani in ogni lato. 
Tant' era fiero e pien di gran coragio; 
Onde del suo morir fu gran dannagio. 



56. 



Yegiendo il re Artu cotal difetto 

Del suo nipote, lagrime cogli occhi, 

£ tutto si bagniò fino al petto, 

£ forte grida: Ciaschedun si brocchi 

Sopra' nimici eh* anno tanto retto , 

Che par che ci abbi qui si fanti sciocchi. 

£ detto questo y tutte genti fiede, 

Tagliando que' Roman senza mercede. 



57. 



Lo 'mperador fu niorto e le sue genti , 
£1 re non ToUe che niun campasse 
Di que* Romani, se non forse venti, 
Acciò eh' a Roma morto si portasse 
Lo 'mperador per fare i suo' dolenti ^ •' 
E re Artu del campo si ritrasse. 
Portando via messer Calvan con pianto, 
E seppellirono a un devoto Santo. 



82 

38. 

Signi ori , ornai mi cheto e piìi non canto 
Di questo cantar quinto per cagione,' 
Che detto t' ò, compiuto tutto quanto; 
Come d' egli è toccato per cagione. 
Et or nei sesto fornirono il vanto > 
Ch' io vi premiasi della struzion© , 
Cantando istesa la battaglia fiera , 
Che feoe il re nel pian di Salisbiera. 

Finito il quinto cantare di Lancelotto, Amen, 



i. 



Lnce eterna, Signior mio pietoso v 
Consolator d' ogQi fédel cristiano^, 
Lodato sia il jtuo nome gloFÌo90, . 
Come. si dice d' ogni core umano. 
A me concedi d' essere ingiegnoso 

Ch' i' sia sofficiente a raccontare 
La struzione nel settimo cantare. 



83 



f. 



Signior, nei cantar quinto fé' palese 
Si come Mordarette traditore 
Si fece incoronar d' ogni paese , 
Ond' era il re Artu vero signiore; 
£ come più signiori ebono offese 
Da luì , che li privò del loro onore. 
Or vo' seguire alquanto di suo vita , 
£ priego che con pace sia udita. 



3. 



Avendo la Brettagnia sotto il giogo 
Della signoria a sé recata , 
Della reina non trovava loco , 
£d un gran tempo la tenne assediata. 
E non possendo venire a giuoco 
Di lei , un' altra s' ebe sposata 
Di gran bellezze e delle maggiori genti, 
£ di figlioli ebene molti piacenti. < 



4i 



£ stando un tem{>o, seppe per io certo. 
Si come il re Artu volle tornare ; 
£ non possendo più tener coperto , 
Un giorno i suoVbaron fé ragunare, 
Si com uomo di gran maibia sperto , 
Si disse lor: Signori, che si vuoi fare' 
«D' ArtU) che morto de esser istato, 
E or ritorna 'e par risuscitato? 



84 

5. 

£ credo per Io fermo che > se toma , 
Ch* a tutti ci darà gran penitenza , 
Perchè dirà che rotto abiam la corna , • 
Per abassar la sua magnificenza; 
£ però giente, di valore adorna, 
Mostrate qui la vostra intelligenza , 
Con forza e con ingegnio e con avvisa, 
Che non ci torni per veruna guisa. 



6. 



Quanti n' avie quivi baroni e signiori , 
Tutti si conturbaron del suo dire. 
Pensando che , lasciando i grandi onori , 
Lor converrà e sotto a lui venire. 
£ con voler di tutti in la* tenori 
Un si rizzò , e cominciò a dire : 
Àrtu si ci à con guerra coBsumflti; 
£ se ci torna , più sarem pelati. 



7. 



Onde però mi parie buon consiglio 
Di ragunare istuolo in quantitade; 
£ del combatter metterci ai- periglio ,> 
Sol per aver franchigia e libeiiade. 
A questo detto tutti dier di piglio , 
Mandando per paesi e per contrade^ 
Per ragunare un oste sofficiente, 
£ fatto vene lor compiutamente. 



85 

8. 

Irlanda, Scozia infin di là Sirangore, 

Le strette Marche insio dentro nel!' India , 
Gli Fraoces<^hi infin nello Strangore 
A Mordaretie vennon con gran grida. 
Il duca Lucamboi^ di valore 
Condusse gente in cui moUo si fida. 
Di molte contrade masnade assa' rioche , 
Yi vennon , ceoto tre di Norbenicche. 



9. 



Ancor vi venne il re di Norbellanda , 
Della città vermiglia e di Sansognia , 
E si si misse anco a recar lor banda 
Più altri assai , per fare ài re vergogn^a. 
Di Mordarette fecion le comanda, 
Che 1 signoraggio suo ciascuno agognia: 
Però che tutti que\ che ò nominati, 
Di cinque paesi avien signior chiamatL 



40. 



Con tutto questo stuol, eh' io v' ò contato, 
Che furon ventimila cavalieri , 
Usci di Camelotto, un di' nomato, 
Il falso Mordarette pe' pensieri; 
Per fargli incontro ai re si fu inviato , 
E nanzi mandò certi messaggeri - 
Là, dove il re Artu dovie passare , 
E in un petron fé lettere intagliare. 



86 

44. 

Lje qua* diciano : Àrtu , se tu so' saggio , 

Tornali a drieto , e piglia altro cammino , 
Se non, tu riceverai crudel dannaggio, 
E di tuo gente rimarrai meschino: 
Che contro ti verrà tal baronaggio, 
Che contro a ior sarai molto pecino; 
Però sàvio sarai, se tu mi credi, 
Che tutt' è vero , come iscritto vedi. 



42. 



E Mordarette seguitò la vìa 

Con tutta la Bréttagnia , eh' à sommossa , 
Perchè mill* anni gli sembra che sia 
Appetto a re Àrtu colla sua possa. 
Furon giunti nella prateria, 
Ove lasciare D più le carni e V ossa , 
Che oggi ancora si chiama Salisbiera , 
E quivi si fermò ciascuna schiera. 



43. 



E re Artu intese la novella. 

Che Mordarette s' era mbellato , 
E con istuol di genti armato in sella 
Nel pian di Salisbiera era attendato. 
Di questo £atto a' baron suo' favella, 
E pri^a che ciascun sia apparecchiato, 
E drieto a Im subito cavalchi 
Pedoni e cavalièri e maliscalcbi. 



87 



44. 



Po* dice : Io credo che pensò suo male , 
Quando ordinò di tonni il mio diritto. 
E cavalcando la gente reale, 
Giunsono al loco del petrone iscrìtto. 
Leggendo ciò il re smonta , sale , 
E dice : Questo m' à per isconfitto. 
Riguarda, el dice il re a messer Ivano, 
Quest' ^ nel pensier fallace e vano. 



45. 



E* crede eh' io mi torni indietro ratto 
Per la tema di questa iscrittura; 
Ma altrìmenti seguirà il baratto , 
Se m' aspetta giù nella pianura. 
E vespro di quel giorno era già fatto; 
Et appariva già la notte scura ; 
E quivi fe^cion gli lor passi iscarsi , 
E tesan padiglion, per riposarsi. 



46. 



La notte vede il re in visione 

Messer Calvan dinanzi a sé vanire, 
E disse che le povere persone, 
A cui si dilettò molto servire, 
Tant' àn pregato Iddio con orazione, 
Che in cielo ancora il faranno salire. 
El re si rallegrò di questo molto , 
Po' vide lagrimar Calvan nel volto. 



88 

47. 

El re il dimaedò quei , eh* egli aveva ; 
E qpe rìspuose che vede il periglio, 
Ch' a Salisbiei^ inverso lui nasceva : 
Vedrai tagliare insieme il padre il figlio. 
Yedea il fiume , che quivi correva , 
Di molto sangue diventar vermiglio, 
£ non vede lo scampo verace , 
Sed e' non rende a Lancelotio pacef 



48. 



E se 1 farete re, siate, sicuro 

Che Mordareite non ara durata. 
El re , eh' avie per lui V animo crudo , 
Si gli rispuose con vista cruciata: 
Di ma' rendergli pace non mi curo, 
E ma* non vo' che sia dì mia brigata. 
Onde messer Calvan, questo vegendo/ 
Dinanzi .gii spari forte piangendo. 



49. 



Venuto il giorno colla luce chiara , 

Il re suo gente cominciò a schierare, 

Per assembrarsi alla battaglia amara « 

E dieci grandi schiere fece fare. 

La priu^ schiera » eh' egli avie più caiia > 

Al buon messer Ivan la volle dare. 

Dell' altra schiera capitan sfondo 

Si chiamò il re messer Qilfrette il biondo. 



S9 

20. 

La terza schiera ebe Lucan battagliero; 
La quarta il sioiscalco messer Ghiesse. 
La qttinUi il forte e l'aspro battagliere 
Re Garadosso volle il re eh* avesse. 
La sesta il re d' Irlanda al bnon guerriere 

La settima guidò o]i< caro ramieo 

Del re Arta , che '1 nome non vi dico. 



S4: 



Il re di Scozia condusse l'ottava; 
Il re vermiglio condusse la nona; 
La decima il re si riserbava , 
Per esser «gli in suo propria persona. 
E pò* con queste schiere s* inviava, 
E quasi in sulla terza/ mi ragiona 
La vera istoria , come il re pervenne 
Nel pian di Salisbiera» si ritenne. 



2S. 



£ giunto quivi , disse : Vedete , 

Signior, baroni, cavalieri e conti, 
Gome già alla battaglia siete. 
Or fate sì, che sempre sì racconti 
La virtù. vostra, ch'oggi mostrerete 
Centra* nostri nimici, che son pronti 
Con voi combatter co malizioso torto. 
Or siate franchi si , eh' ognian sia morto. 



90 

23. 

Tutti rispuoson con boce comune: 
caro re, non abiate pavento 
Che di b«n &r>tireremo una fune 
Insieme tutti con franco talènto. 
No speri il traditor vittorie alcune , 
Gbe morte sosterrà con grande stento. 
£1 re si rallegrò di lor risposte, 
Po* si fé più oltre con suo oste. 



n. 



E Mordarette con suo' capitam 

Da venti schiere fé, gran liverenza 
Fece nel campo : però eh* alle mani 
y elleno esser co re senza temenza. 
Per sé furon Bretton fra gli altri strani , 
Per far conoscer bene lor potenza. 
E pò* di mille insegnie e gonfaloni 
Rizzar nel campo gli strani e^ Brettoni. 



26. 



Così parlò Mordarette malvagio: 

Signiori, chi si.TOrrà mostrare ardito, 
Di gran ricchezze potrà stare ad agio; 
Chi ifugirà, sarà sempre schernito, 
E 'n obrobrio ne verrà e in disagio. 
Ond' io vi priego di pigliar partito 
D* esser arditi , forti e vigorosi t 
Ifel campo rimane^ vitturiòsi. 



91 



26. 



Io credo che fortuna gli menava 

In su quel campo , per fagli morire : 
Però che ciaschedun forte gridava : 
A loro a loro ora corriamo a fedire. 
E , come gente pazza , non pensava 
Con cui doviano a battaglia venire, 
Gh* eran frategU , padri e conoscenti , 
Zii e nipoti e discreti parenti. 



27. 



Levossi un vento grande e percussoso, 
Che tutto il campo è pien di polverio. 
E U sol parea quasi tenebroso, 
Annunziando loro il danno rio, 
Gh* esser dovea il giorno doloroso. 
E stando un pezzo, el tempo richiario ; 
Onde messer Ivan primieramente 
^ Venne alla zuffa con tutta suo gente. 



t8. 



\ ruppe e fracassò senza riparo 
* Ischiere e gonfaloni e molte insegnie, 
El re e^ suoi tanto indottaro, 
Gh' a pena al campo il di' ebon ritegnie : 
I usino a sera la zuffa duraro. 
Là non venne che lo stormo amaro» 
Si che ciascuna oste se redita 
Al logo, ove il giorno era partita. 



92 

29. 

L'ardito re delia Marca distretta, 

Col gonfalon d' un serpente dipinto, ' 
Con una schiera grande e ben corretta 
In prima mosse , e non si mostrò infìnto 
Di cominciar la zuffa maledetta, 
Onde ciascun rimase morto e vinto. 
En ver messer Ivano andò , con grida 

' Delia morte ciascuno si disfida. 



30. 



Messer Ivano e 1 re abbassar le lance, 
E gli stromenti sonavano a gara. 
E buon destrier , che percosso^ le pance , 
I scudi e sberghi già noni gli ripara. 
In sulle Caiani sentirò le lance 
De', duii .ferri della giostra, amara , 
' E Tasti si spezzar; se non che morti 
S> annerissi insiem gli baroni accorti. 



34. 



Quivi furon grandi le strida, 

Che cominciò la gente isciagurata. 
Mischiaronsi le schière e gonfaloni , 
E moltd gente fu iscavallata. 
Messer Ivano mostrò il sno valore, 
E fiere i cavalieri iònisurata, 
E a' nemici: suoi fece vergognié ; 
Però si mosse il conte di Borgognia. 



93 



32. 



Colla suo segnia d' un lìon rampante , 
Colia suo gente alla zuffa pervenne. 
Lo stormo fu si duro e sopercbiante ; 
Messer Ivano appena il campo tenne, 
(ìilfrette il biondo allor si fece avante, 
E con onor messer Ivan sostenne. 
Ciascun di Mordarette era gravoso ^ 
E di tenersi ai campo faticoso. 



33. 



Laonde Mordarette per disdegnio 
Isgrida forte : Movete a un' otta , 
Signiori e cavalier di questo regnio. 
Udendo ciò, le schiere tutte in frotta 
Andarono a fedir senza ritegnio; 
E l' lina scliiera e 1' altra arebon rotta » 
Se non che re Artu irosamente 
Con tutti mosse , per atar suo gente. 



34. 



Essendo tutte le schiere a battaglia 
Venute così fiere, com io dico, 
Di loro sberghi non si tenne maglia : ' 
Tant* è F uno ali* altro aspro nemico , 
E r una inver 1' altra facea gran taglia , 
Curando loro vita men d' un fico. 
E paria in quel punto distinato 
In darsi morte come disarmato. 



94 

35. 

Uccìdevasi il padre col figliuolo, 

Davansi morte i fratogli e' cugini. 
Moria in qua e in là per qpiello stuolo, 
Pe* duri colpi gli strani e' vicini. 
Udivansi le stride e *1 pianto e '1 duolo , 
Quando cadien sei campo que- tapini; 
E nanzi nona sien di vita tolti 
I mezzi e più per io sangue rinvolti. 



36« 



M esser Ivano fece V aspre cose , 

Ài conte di Sansognia die la morte, 
A molti fece piaghe dolorose, 
Al re di Norbenicbe die le sorte. 
In terra morto sanguinoso il piuise. 
Ancor mostrò le sue prodezze accorte 
Al re di Scozia e a quel d' Irlanda , 
E morti insieme nel sangue gli manda. 



37. 



Yegendo Mordarette i suoi perire 
Per duri colpi di messer Ivano, 
Per vendicarsi , sì corse a fedire , 
£ colla lancia , d' un colpo villano 
Subitamente lo fece morire. 
Po* trasse fuor la spada a matio a mano , 
E a re Caradosso foce piaga, • 
Che morto cade, donde Arto si smaga. 



9d 

38. 

Pel buon messer Ivan, come gli manca, 
E per lo re Gamdosso simile 
L' ira gli. cresce e la doglia gli manca-, 
Yegendo i suo' morir per questo stile; 
E grida a* suoi: masnada stanca, 
Ora m' abia ben tutto il mondo a vile , 
Sed i* del traditor non fo vendetta ; 
E una lancia tiene in pugno stretta. . 



39. 



Dice : Ora mi segua chiunque m' ama , 

E cocre , e grida : Dov' è 1 traditore , » 
Che rubellarmi il mio à auto brama? - 
Or venga. avanti e mostri suo valore. 
E Mordarette giunse, quando il chiama, 
Con una spada in man con gran vigore. 
£1 re io sgrida : Malvagio va3sallo , 
Morto t* abatterò del tuo cavallo. 



40. 



£1 re lo fiede colla lancia bassa, 

£ dagli un colpo per mezzo la pancia» 
E r armi tutte quante, gli fracassa , 
Né pili nò men, come fosse di stoppa; 
E il ferro più d' un braccio dietro passa. 
L' aste si ruppe onde nel cor si rintoppa , 
£ colla spada, d* un colpo il molesta, 
Che gli ricise ben mezza la testa. 



96 

44. 

SigDÌori e parve un sogno da Dio. 
Usci dalla piaga a Mordaretto, 
Che chiaro, come se raggio, n'ascio. 
Si tosto il re gli punse il petto, 
E Mordarette nel campo morie 
Per man del re Àrtu , com io v^ ò detto. 
El re rimase nelle mortai vene, 
Pogniam che gran prodezze poscia fene. 



4S. 



Come fu di costui deliberato , 

Con quella gente, che gli era campata, 
A modo di leone scatenato, 
De' suo* nemici fé crudel tagliata. 
Pogniam che ciò non fu sènza mercato, 
Che tutto gli fu morto suo brigata : 
Salvo Gtlfrette e Lucan battagliere , 
Rimase morto ogni altro cavaliere. 



43. 



Di ciascuna dolorosa parte 

Be' gli soggiogò questa pianeta 
Battaglieresca» chiamata Marte. 
EI re rimase piagnendo con pietà , 
Yegiendo il sangue ivi di corpo s^^arte 
Di quella gente , che già fu sì lieta , 
Come s* udì; e sempre per lo mondo 



97 



44. 



Piangeva il re vegiendo la rivera , 
La qual corrie di tutta sanguinosa; 
Piangea tutti i suoi , eli* a Salisbiera 
Eran periti per morte dogliosa; 
Piangie la piaga , che nella front' era , 
Che vede eh' è mortale e perigliosa; 
Piangeva e ricordava Gamellotto , 
E maledice sempre Lancelotto, 



45. 



I suo' compagni gli bendar la piaga 
Con uno straccio lungo di cendado; 
Laonde il sangue poscia no v' allaga , 
Anzi ristagnia e gocciola di rado. 
E perchè mortalmente si rammaga , 
Chiama Gilfrette e dice: A me è a grado 
Che questa mia spada scalaborre 
Gietta in quel fiume, che presso accorre. 



46. 



Ed e' la prese, e va per contentallo, 
E po' la mira , e vedela si ricca , 
E disse in sé : A gittarla fare' fallo ; 
E tra due sassi sotterra la ficca. 
E pò* ritorna al re, senza piii stallo; 
El re di domandarlo non si ispicca: 
Di quel, che vide, dica il convenente; 
Ed e' rispuose: Io non vidi niente. 



98 

Il re gli disse r Tu ài mal fatto 

D' avere a schifo il mio comandamento; 
Ritorna al fiume , e gittalavi ratto. 
Ed e' vi tornò e non si mostrò lento, 
E dice in fé: Deh quanto sarie matto, 
Gh* io ti gittassi , spada, a perdimento, 
Che stata se' dell' altre più perfetta; 
E 'n quello scambio la sua entro vi getta- 



48. 



Po' torna al re, e dice: Io ve l'ò messa.i 
£1 re domanda: Che segnio vedesti? 
Ed e' rispuose: L'aqua n' andò con essa. 
El re gli disse: Niente il facesti: 
Leal mi foste sempre in ogni pressa, 
E ora rinegar non mi dovresti. 
Gilfrette torna per quel dir confuso 
Al fiume, e scalabor vi gittò giuso. 



49. 



Come la spada nel fiume percosse, . ^ 

Un braccio n' usci fuor , ohe là brandisce 
Per tre fiate, e non seppe chi fosse 
Gilfrette il biondo, tosto isparisce. 
Yegiendo ciò Gilfrette si sì mosse, ' 
Ritorna al re, e con parlar seguisce 
Di maraviglia dir qual' à veduta ; 
El re rispuose: Mi è morto venuta. 



w 



50. 



Valicava il giorno , e la notte venia ; 
Però il re, questi due compagnioni 
Quindi partissi e ginne alla badia, 
Che ivi è presso di monaci buoni. 
£ tutti e tre in compagnia 
Tutta la notte stanno in orazioni. 
£ re Artu usci , si come pazzo ; 
Il Lucan battagliere in sullo spazzo. 



54. 



Venuto il giorno , el re vide il peccato , 
Ch' avie commesso del suo caro amico. 
Di ciò si chiamò lasse, isventurato, 
£ sopra tutti povero e mendico, 
£ fecel seppellire entiro il sagrato. 
£ fatto tutto questo , eh' io vi dico , 
El re si ritornò lungo 'la riva, 
£ una nave vide che veniva. 



52. 



Inverso lui d* un drappo nei* coperta , 

E braccia mison fuor , che s' aocostaro 
A lui, e misol sotto la coverta 
In quella nave , p via nel portaro 
In parte e luogo , che novella «certa 
Non se ne seppe , e molto T aspettare 
I suo' Brettoni, eh' ancora si dice; 
Ma gli uomini non san, come si dice» 



100 

53. 

Che, po' che morti sod, gli torni iti vita» 
Ben che ^i disse po\ che *n una chiesa 
TroTOssi morto dopo sua finita. 
Dai sì ai no io non vi fo contesa, 
Se non eh' al certo mai noà fé redita. 
A Giifrette il biondo assai ne pesa, 
Yegiendo che 4 suo sir n' era portato, 
E torna alla badia addolorato. 



54. 



E monaco si fé senza tardare. 
Udendo la reina la gran ressa, 
Ch'era venuta, per voler salvare 
L' anima sua, diventò badessa , 
E un gran monistero fece fare, 
E molte donne si V entrar con essa. 
Ei popol delia terra tutto quanto 
A Salisbiera camminar con pianto. 



55. 



E tutti i morti fecion seppellire, 

E molti n'arson per fiamma e per fuoco, 
E 'n Camellotto preseno a redire. 
La tavola distrutta del suo loco. 
Dopo la morte del cortese sire. 
Di lei tosto il grido vene fioco. 
Prodezza e gagliardia tosto diventa 
Entro la gran Brettagnia tutta spenta. 



101 

56. 

Signiorì, i' prie^o Iddio che vi riposi 
In quello stato, che pia vi diletta. 
Or v' ò contato ciò , eh' io vi dispuoisi. . 
Di dire della zuffa maledetta, 
Ove periron gli baron dogliosi. 
E, per fornir la storia più perfetta, 
È nicistà eh' io dica un contaretio 
Di Lancelotto, che vi fia diletto. 

Finito il sesto cantare di Lancelotto» Amen. 



4. 



Il settimo cantar, signiori e gente, 
Vi vo' cantar si come Lancelotto, 
Dopo la struztone d'Artu, dolente 
Per la reina venne in Gamellotto. 
E anche seguirò compiutamente 
Insino alla suo morte a motto a motto , 
Contando prima d' uno stormo fello , 
Ove fu morto lo re Lionrilo. 



102 

2. 

Essendo già pel mondo manifesto 

La struzione così, com ella venne, 

E come in Salisbiera co molesto 

La franca baronia morte sostenne; 

Al Lancelotto fa notorio questo , 

Si che del pianger punto non si tenne, 

Rimembrandosi de re e de* compagni , 

Che fuor dell' armi sì cortesi e magni. 



3. 



Onde considerava alla reina 

E vedova rimasa d* ogni bene, 
Perch* ella non istesse si meschina , 
Con quanta giente sotto il giogo tene, 
Si ordinò di andare alla marina. 
E come savio, fatto si gli vene, 
Che tutte cose fé sì ordinare, 
Che al suo piacer pote^ira navicare. 



4. 



E nanzi a ciò le genti di quel regnio 
Deliberaro por d* incoronarlo , 
Perchè sembrava di questo degnio. 
^Perched egli accettassi assai pregarlo; 
Ed e' eh* aveva la corona a sdegnio , 
A tutto si fermò pur di non farlo. 
Anzi ne incoronò con grande onore 
L' ardito Lion^o e ièrolo signiore. 



108 

5. 

Era passato il verno e la freddura , 
E r aria cominciava a temperarsi; 
Vedevasi pei mondo la verzura , 
I venti cominciavano a chetarsi, 
Cacciava il mar da sé ogni paura, 
I marinar .potieno. assicurarsi ; 
' Per questo Lancelotto . nop si tarda. 
Ed entrò in mar cc^n suo gieote gagliarda. 



6. 



Entròvi Lionel come reale, . . 
Breobris eoa. Bordo e Astore, 
Tutto.il legniaggia.nel navUip e sale. 
Nel nome mirorno dei Sommo Signiore , 
E vanno via con vento, com un* ale, 
E più giornate senza niuno errore. 
E preson porto dove loro agrada ; 
E posti in terra, misonsi alla strada. 



7. 



E *n verso Gamellotto s'.inviaro,. 

Guastando ville, pigliando castella; 
E molte terre e ville gì' inviare , 
Per non avere il guasto e la macella. 
Della reina. molto domandare, 
E funne detto lor mala novella. 
Perchè T era passata d' està vita , 
E si giaceva morta e seppellita. 



104 

8. 

Ed era ver come fa lor contato , 
Ched ella diventò badessa santa ; 
E sì s* afflisse per lo suo peccato , 
Che le mancò la possa tutta quanta. 
Avendo ciascun senso consumato, 
L' anima giusta del corpo si schianta. 
E sì n* andò nella corte verace , 
Ove si vive sempre in viva pace. 



9. 



E Lancelotto si mostra doglioso , 
Yegiendo la reina da so spenta. 
No i domandare , che sarie gravoso 
A raccontare, come si sgomenta. 
Ciascun di lor se ne mostra doglioso, 
E Bordo confortando si ringomenta. 
E d' una cosa alquanto inconforta , 
Ch' eli' è badessa , e santa donna morta. 



40. 



E puosesi po' in terra ginocchione, 

Dicendo: Siri Iddio, che ci iscampasti 
Del duro inferno Y umana nazione ; 
E nella santa croce perdonasti 
Il suo peccato al misero ladrone, 
E del tuo Santo Spirito infiammasti 
Gli Apostoli il di' deir Ascensione , 
. Perdona alla reina per tuo amore. 



11. 

E detto questo si rizzò piangeado , 

E tutto il giorno istette pien di doglia , 
A Gesù Cristo la morte cbiegeodo, 
Mostrandone d' aver sommaria voglia. 
Astore e Bordo lo van riprendendo, 
Perchè àn temenza che morte noi ooglia; 
E tanto dicon d' una e d' altra mena , 
Che si rimase di menar tal pena. 



42. 



Passando la notte , e v^niendo il mattino 
Con dolci tempi nel profondo caldo, 
L' aria ismerata e *ì colore azurrino , 
Partissi il campo tutto istretto e saldo. 
Ver Camellotto presono il cammino 
Per le ville ardere co re ogni ribaldo , 
E di mal fare niuqo non s' infrignie , 
Segando biada e dibarbando vignie. 



43. 



Questo danno fecion per dispetto: 
Però che a re Artu furon ribelli, 
£ voilonsi tener co Mordaretto, 
Come malvagi traditori e felli; 
E cavalcando via per quel distretto , 
Passaron molti fiumi e ponticelli, 
E giunsono alla terra, per guastalla, 
E per dar morte a chi volesse atalla. 



106 

44. 

Erano i figli di quel traditore 

Di Mordaretto cresciuti in elade; 
£ , per mostrar com egli avi«n' valore , 
Co molta gente uscir dalla cittatle , 
Gridando: Diesi morte con dolore 
A chi ci guasta le nostre contrade ; 
E ooUe schiere corrente assembrate 
Insième furo co V altre avvisale. 



45. 



Essendo costoro per azzufi^rsi , 

Sì fece Lancelotto un bel seimone; 
E eh* egli era venuto a vendicarsi 
Sopra costor della gran tradigione 
Di Mordarette, che voU^ ingegniarsi 
Della reina fargli falligione, 
Perchè fu <|ueiruom, che lo scoperse, 
E ch« più bene avesse non sofferse. 



16. 



Onde mi par che questi suo' figlioli , 
Ch' anno le loro forze qui ristrette , 
Patiscano per que' tormenti e duoli , 
E sien cacciati da questo paese, 
E di lor gienti sren fatti pezznoli ; 
E però, franca baronia cortese, 
Vostra prodezza e valor mostrerete, 
E meco insieme signior rimarrete. ; 



107 

47. 

Rispuose la sua gente con ardire 

Che, come Lancelotto à ior disposto ; 

Cosi si deba sabito seguire. 

Alior vi fu palese, e non riposto 

Il busso de' cavagli e V annitrire ; , 

E certi incominciar la zuffa tosto. 

In sulla zuffa Calale visti 

Che non sarebe udito Idio tonnare. 



18. 



E come lione uscito di capresto, 
Si misse Làncelotto col destriere 
Tra suo' nemici valoroso, e presto : 
Non gli scampa inanzi cavaliere. 
Il campo isgombrò a destro et a sipestro, 
E rompe iscudi e fa cader bapdiere^ 
E chi sraccosta, col colpo 1* attende « 
Ed e' r abatte e di morte F offende* 



19. 



E suo' nimici, eh* eran due cotanti , 

Colla suo gente si strìnsero insieme, 

Con forza si misono avanti. 

Adesso a Làncelotto ciascun prieme, 

E si gli danno gran colpi pesanti, 

E della terra molto popol gieme; 

Sì che, se Làncelotto e suo' son prodi, 

Or è mestier che Ior virtii si snodi. 



108 

20. 

E v' aTie un prenze di somma balia , 
Ch' inverso Briobrtsse andar si lascia , 
£ d' una lancia sì forte il fedia , 
Ch'assai gli donò doglia con ambascia, 
E della sella però non fallia; 
Ma il gran destriere sotto gli accascia, 
E lascia lui e corre all'altra gente, 
E gli sconfonde dolorosamente. 



34. 



Breobris d'iniquità tutto suda, 

E presto il suo destriere fa drizzare, 
E colla spada rilucente igniuda 
Verso i nimici si si lascia andare, 
E mostra lor la suo fierezza cruda , 
E fanne assai per terra traballare, 
E mette in paura e in gran dubito: 
Peroccìiè molti n'uccise di subito. 



n. 



£ fu assalito Bordo in aspro modo 

Da più di Tenti , che volien pigliallo ; 
Ed e', come baron degnio di lodo , 
Tra lor si mette con un buon cavallo, 
E grida lor: Gente nudrita di frodo, 
A tutti darò morte senza fallo. 
E donò al primo un tal colpo giusto, 
Che gli tagliò la testa dallo 'mbusto. 



109 

23. 

Yegiendo gli altri il lor compagnio morto 
Da messer Bordo> con tanta fierezza 
Corsogli adosao, e sì il tenien sì corto, 
Che gli bisognìa ben, s' egli à, prodezza. 
Ciascun di dagli colpi è bene accorto-, 
E chi lo scado, e chi Y elmo gli spezza. 
Ed e' eh* è grande e for^, le lor pompe , 
Per suo franchezza, le lor forze rompe. 



U. 



I falsi, disleal, questo vegiendo; 

Che messer Bordo cosi gli danneggia ^ 
£ che da tutti si va difendendo , 
Sì gridan tutti: Il suo destrier si foggia; 
E tanto il suo cavai gli van fendendo , 
Che Tanno messo nella mortai greggia. 
E po' che r anno tra' cavagli a piede , 
Chi con ispada, e chi co lancia il fiede. 



S5. 



Allor vi sopravene il buono Astore, 
Di mal talento e d' ira acceso , 
E mettesi tra lor con gran valore, 
Yegiendo il suo fratello qosk offeso; 
E fiede uno per tal forza e vigore , 
Che sopra il campo il fé cader disteso. 
E Bordo prese quel destriere e moota, 
Po* si corre a vendicar suo onta. 



110 

Di MordaMto duo franchi garzoni 
Con più compagni assalir Lionello, 
E si levar per forza degli arcioni, 
£ nella terra ne vanno con elio. 
I ve Lancelotto e grida: Felloni, 
Ove menate il caro mio fratello? 
E giugne a un, che prima gli risponde, 
E d' un gran colpo alla morte il confondo. 



27. 



E inverso il rimanente fòrte sprona, 
E dieie lor: Malvagi, come fosti 
Arditi di por mano in su corona? 
Or è mestier che tal fallo vi costi, 
Ed è lasciar Lionello in persona. 
Ivi in sui campo per partir si scosti^ 
E della spada tal colpo lòr dava , 
Che ogniun da lor volentier si scostava. 



Si8. 



E n' eran già tra morti e naverati , 
Da ogni parte, più di cinquecento ; 
Per darsi morte parieno arrabbiati. 
E mossesi Lionel co mal talento , 
E dava lor gran colpi ismisuratì , 
E mostra quant'egli à grande ardimento. 
Accostasi còl petto del destriere, 
Che fé cader cavagli e cavaliere. 



Ili 

29. 

Mossesi il prenze, che v'ò raccontaio, 
FerocemeDte d iniquità misto , 
E co re Lionél fu riscontrato, 
E assalilip valoroso e visto , 
E diegli un colpo tanto ismisurato , 
Che morto in terra lo fé cader tristo. 
Così fu morto Lionello ardito , 
Per man d' un prenze, come avete udito. 



30. 



E Lancelotto, che tanto V amava , 

Yegiendol morto, per lui vendicare, 
Verso il prenze con ira spronava. 
Ma già il prenze non V osa aspettare , 
Che troppo la sua spada ridottava y 
E va fuggendo, per lui vendicare. 
E fuor del campo per temenza fugie , 
E cogli sproni in sul cavai si strugie. 



31. 



E Lancelotto diètro a lui si corse; 
Ed e' f ogiva che sembrava vento. 
E in una foresta il cavai torse, 
Perchè à della sua spada gran pavento. 
E Lancelotto il suo cavai percosse 
Cogli, sproni, perchè non fosse lento; 
E questi fugie, e Lancilotto il caccia , 
Infine a una valle fu la traccia. 



112 

32. 

£ qaivi al prenxe il buon destrier si stacca^ 
£ Lancelotto il gtugoe colia spada. 
L' elmo e lo scudo per forza gli fiacca , 
£ po' gli cavò l' elmo senza bada , 
£ tutta quanta la testa gli ammacca ; 
Onde convien che in terra morto vada. 
Po' disse Lancelotto: Ora tè quello» 
Che tu donasti al caro mio fratello. 



33. 



Po* si pone in terra a capo chino, 

£ pensa forte a quel , che mondo dona ; 
E un valletto passa per cammino, 
E punto a Lancelotto non ragiona. 
£ tutto era sudato il suo roncione» 
£ Lancelotto lo sgrida e sermona : 
Cor , vieni avanti, valletto sovt-ano , 
E non essere inverso me si strano. 



S4. 



£ quel valletto, per faigli a piacere, 

Si gli rispuose: Messer, che vi piace? 
£ que* rispuose: Io vorre* sapere 
Onde tu vieni, e che messagio Cai. 
Disse il valletto: Vi vo' proferere 

• \ • * » 

Che vengo da veder la gran tagliata, 

Che presso a Cameliotto è oggi stata. 



113 

E sacciale che' figliaoi di Motdapretto 
Colla lor gente sodo stati morti. 
Pogniam che gii anno franeamettte tg^o 
Incontro a Lsncelotto e suo' consolati -, 
Che gli anno messo in doglia et in tormento, 
E non re n' à nessun che si conforti. 
he' cinque i quattro la lor gente ma^nia 
Son stati QMM'ti in su quella ^ampagnia. 



36. 



£ lo re Lionel ▼* è morto stato , 

Ed è legnaggio suo anche dicotto. 
E per lo canafK» assai anno cercato, 
E non Irdvano messer Lancelottò ; 
Onde ciascun n' è tanto isconfòrtato, 
Che del vineer del campo non è motto. 
Come giente di valor trafitta , 
Del campo si partirono in diritta. 



37. 



Po' disse : Io V accomando air alto Sire', 
• E mette ir ronzino nel gran passo. ' 
E Lancelottò rimase- con soitpirt, 
E di suo gente si chiamava lasso, 
E forte pensa del modo fugire,- ' 
E per gran pezza tenne il capo basso. 
E poi al tutto s' ò deliberato- 
Di penitenza far del suo peccato. 



114 

£ con questa oppenion montò a cavali», 
£ pare ìnaosi prende a cavalcare , 
£ gittOfie.in «oUa sera senza fallo 
A piò d' un /poggio,. e va aeaza ristarei. 
E ivi vide un vago istallo , . 
CW ttQ diritto romito à pigliare, ( 

Sì di* ^li entra là entro quasi stancov 
£ traeva un frate vestito di bianco, i 



3tt« 



Il qual gli fa gran festa e grande ondre, 
£ insieme si coAoboQ di presente :- 
Perocchò un eonte di: sommo valore . 
Fu per adrieto, e. dell* arme pc6aeolie;< 
£ per amor del nostro SaWaitore 
Abandon^ il moikdo e la s^. gente. 
£ Lancelotto di cip è 'nvagbito » 
£ con .Ipiinsime^diveo^ romito. 



A0« 



£ cominciò a far tale astine^sa» 

Ch' 9I suo ooo^^igno. aembi^va graft cosa 
Come poteva far tal penitensa; . 
£ stette in questa vita preziosa 
D^Ii anpi sette, po' co riwserensa 
Partissi dalla vita tribotosa. 
Racconta il libro scbe, dopo suo morte, 
Fu rìcevutd^ neir eterna, cortei 



115 

44. 

E '1 suo compagni» gli dio se^olturak 

Or lascio qui , e tomo a' fruo' parenti, 
Si come segue di lor la scrittura^ 
Quando rimasjon nel campo dolenti , , 
Piangendo lorte la loro i»ventara, 
Perchè di.Lancelotto eran' perdenti. ., 
Po' mison Lionello in una bara , 
Et ive nel portar con doglia amara. 



4^ 



Molto il piaosono per tutto il paese , 
E si promison piu-munete' d' oro 
A chi insegniar Laoeelotto sapesse , 
E non fu niua, ohe lo insegniasse loro; 
Sì si ternaro nel Ibr tim(k>ro. 
E, non troTondo ehi loro il dicesse, 
E' seppeiliro lo re Lionello 
In un ricco sepolcro molto bello. 



4». 



Astore e Bordo gMiraron la 'nchtesta 
Di mai DOB-^torvare a' loro alberghi, 
& avanti navetta 'manilesta 
Di LaneeloUo alcuno ivan tecbii 
Allaocianmsi gli loro elmi in testa / 
E pò* si guernóroBO di bttoni sberght 
E mettons* al eammin riielu^ pensosi , 
E per gran tempo ùon anno riposi. 



116 

44. 

E Breoberìs fece il sintigRanite, ' * 

E volle cav«rlcaf tatto dilettò; • 

E prìRia che oostor , vi gtùiàse arante 
Lkf didve Làttccfettb fé ricetto. 
E quando sepfife ' le sao opere salite , - 
MaDOOgU il duolo e crebegli' il drtetto. 
Ch' egli era morto -iiianzl'^lqaatatf mesi 
A punto, che perreniio in tjae' paesF-' 

45i. 

Per amor di lui, e del Signtore • 

Breobeivi» moBaco diveiita^ < 

E giorno e aotte serve il Greatorei. 
Senza fallo moitot s'-argomontaM .' 
Ed questa inchiArta Bordo eon Astore. 
E quel Sigoior, òhe molti: ne oontantav 
Costor per sua pietà pitti guidava ; ■ 
Ai locOrdOvfiL.Briohris dimoraTa. ...- 



i«k 



Dopo la festa, ohi^: costor si > lòto v '. o • 
li corpo del. sepolcro f «or caivaro, ; : 
Che ancora era di n»nibl*a/ molto iatevo. 
Piangendo, ini: uaai bara 1! accoaeiaro; ' 
E, fatto questo, misQiìslal sevi^ro 
Astore e Bordo: tanto< oavalcaro » 
Che furoB gtanti alla Guardia Gìkliofla 
Con questo, corpo , . et ivi fecion . pesa* 



117 

47. 

E seppellirò messer Lancelotto; 

In un sepolcro ai lato al Lancelotto 
Eravi quei prenze Galeotto» 
Glie già ai mondo , come ciò fu fatto , ' 
In questo mio cantar non ne fo motto, 
Se non clie m' udirete in nJcun atto , 
Che di metallo crebe le figure, 
Eran di sopra alte tre sepolture. 



48. 



E quella di Galeotto in mezzo sta^ , 

E Lancelotto e *1 prenze eran ^1 lato, 
E ciascbeduna proprio rassembrava 
Colui, per cui fu lfttt<y'CÌ&'Oi^inato.' 
E qual di lor dèr seéol trapassava. 
La magine si volge éaA suo l^tò. ; 
Cosi per arte si vedeva, isoòrto 
In qual che parte alcun ne fosse morto. 



41^ 



Bordo tornò per farsi incoronate, 

E fu chiamato re di tutte ihregnio^; 
Ma altràneoti feoe Astor di mare. 
Che questo mondo tutte eiie a sdegnio. 
Al romitoro* volse • ritornare , • 
E con Briobrfsse- feoe ritegnio ; 
Vestendo ogniuuo religiosa vesta, 
Di ìw morte fu io vita eterna festa. 



118 

50. 

£ furon nel piacer, di Dio 

Franchi cavalier spo' cari amici , 
Com' io vi conto qui nel cantar mio, . 
Che già nel mondo furon si felicb, 
Che hen fornirono ogni lor desio , 
E sempre soperchisiron lor nemici. 
E po' grandigia non valse v^ n^suno , 
E morte gli conquise ad uno ad uno. , 

51. 

Orna' vi vo* pregar cortese gente, 

Che nelle 4ono^, altrui oou v' ifDpìcobtQ, 
Che segoopre v* ò mostriito chiacamenle, 
Il qual v' è specchio». cl^e. ve ne guardiate. 
£ chi a. dama. bella e4 avMfiQeiite, .. 
Guardila, sì nel yerao Oj nella sMit^, 
Gh* ella non facci malico. alcune, 
Sì conje fé. Ginevra a reArCune^ 

E anche priego Cristo nostro padre, 
E r eccellente Vergine Maria, 
Speranza de' peccator, deh giusta madre,. 
Ch' ella ci guardi & ogni cosa ne ; 
E che U nimico eoo sao opere ladre 
Non abia sopra noi giammai balia , 
E sì ne guardi quel» che trovatore 
Fu di questo cantare al sao< onore. 

Finito il 9ettimo catitare 
della stf'uzime deUa Tavola RiUmda, ' 



119 

INDICE D' ALCUNI NOMI 

CONTENUTI NEI GÀNTAHI DI LANCELOTTO 



Il nutnero romcM accenna il Cantare , , 
V. aràbico la- Stenxa. 



AGRAVANO o AGRATAIN o GRAVANO. Cava- 

ARTU , ARTUS-, ARTURO. FigHoolo d* Uterpan- 
draeoBe, fratello della fatta Morgana e marito di' 
di Ginevra» I. 2. 

ASTORE o ASTORRE di MARE. Cavaliere, I. 18. 

BORDO BOORTE re di Gavo o Gauves o Gaules 
in Francia, I. 19. 

BRIOBRISSE, BRIOBERISSE o BRIOMBÉRIS di 
Gauves. Cavaliere HI. f. 

BUTTIGLIERE; Cavaliere errrante, IV.' 9. 

CALCONDINO. Cavaliere errante, IV. 9. 

GALVANO CAVALNO e GALVANO: Figliuolo 
di Lotto re d' Organia, e nepote di re Artu, I. 4. 

CAMELLOTTO, CAMALOTtO, CAMALOt, CA^ 
MALET CAERMALET. Città posta sur una 
montagna della contea di Somersetshire, dove era 
la corte del re Artu, I. 3. . 

CARADOSSO CARADOS. Cavaliere della Tavola 
Vecchia, il quale ai cavalieri della Tavola Nuova 
faceva lasciare lo scudo alla sua torre, IV. 31. 

CHIESO, CHIESSE. GHIESSO, CHIBNSO, GHEUS 
GIEUS. Siniscalco del re Artu, f. 4. 

DIN ASSO. Gran siniscalco di re Marco di Corno- 
vaglia, IV. 9. 

DOLOROSO. Cavaliere errante. IV. 6i 

DUDINELLO o DODINELLO il SELVAGGIO. Ca- 
valiere della Tavola Rotonda, I. 4. 

GALEOTTO. GALtOTTO o GALEALTO, Figliuo- 
lo d' Ettore il Bruno, VII. 47. 



ìm 

GARIETTO, GARIE1?TE o GARITTE. FnaitfeUo di 
Galvano, III. 9. 

GILFRETTB. Cavaliere effóitte» IV. 6. 

GINEVRA GINEVARA. Regina, moglie d' Artu, 
I. 2. 

GIOIOSA GUARDIA o GUARDIA GIOIOSA. No- 
me dato da Lancilotlo, emirato che vi fa, alla 
DOLOROSA GUARDIA, rocca nel reame di Lon- 
gres posseduta dal Saracino Federiel o Fedrie fi- 
gliuolo di Garaone di schiatta di gigante, III. 36. 

GUERIADI. Cavaliere errante, HI. 9. 

GUERIESSE. Cavaliere errante, HI. 24. 

IVANO. FigUuoU del re Urieno, IV. 48. 

LANCEtOTTO, LANGILOTTO o LANCIALOT- 
TO. Nac(^ue del re Bando di Benoiche in Gaules 
e della^ rema Gostanza* Fu cavaliere di lancia e 
di spada assai dotto. Nella Tavola Ritonda e in 
questo poemetto (HI. 40) si truova adoperato 
con r articolo, perchè è nome appellativo, ora 
divenuto antonomastico, I. 3. 

LIOMBORDO o LIOMBARDO. Mortale nimico de' 
cavalieri erranti e della Tavola Rotonda, IV. 8. 

LIONELLO di GRAVES. Nepote del re Bando e 
fratello di Bordo, HI. 22. 

LUCANO il GRANDE. Fratello d'Urgano il Vel- 
luto, VI. 20. 

LUGAMBORGO. Duca Lucamboryo; di Lucaniboì'- 
go, ellissi della particella di frequente nei clas- 
sici, Vi. 8». 

MxVRCO. Re di Cor no vaglia, figliuolo del re Felis, 
IV. 9. 

MORDARETTE. Figlio del re Artu, il quale s' in- 
namorò della reiua Ginevra sua matrigna, I. 4. 

MORGANA LEGISTRA o LOG ISTILLA. Fata, 
figliuola dei re Uterpandragone, sorella di re Ar- 
tus, IV. 44. 

NORBENICCHE, vi. 8. Paese settentrionale. 

norbi:llanda, NORMELLANDA, NOROM- 
BERLANDA o NORTELANDA. Castello for- 



121 

tissimo in cima 4' ubo degli alti monti della con- 
tea di Northumberland, Y. 44. 

PERNORINO. Uno de' cavalievi, lY. 28. 

PILESSE; PILLES P£L£S. P£SGAOR. Re 
d'Organia, lY. 40. 

RE YERMIGLIO « Che l' arme Intorno e '1 scudo 
avea vermigUo » L* Alam. Gir. Cort.c. II. st. 
64, - VI. 314. 

RUNE. Contrada settentrionale, I. 33. 

SALISBIERA; Salwbury. Provincia del settentrione, 
Y. 38. 

SANSOGNIA SANSÒNIA. SASSONIA. Provin- 
cia re^BO germanico. GÌi antichi in certi no- 
mi propri intramettevano un* n; Ensióna, Gian» 
sofè per Esiona, GioMn, YI. 9.. 

se AL ABORRE. Spada del re Artu, YI. 45. 

SGALEOTTO. Castello, I. 4i. 

SORLOiSSE o SORELOIS. Contrada, onde fu si- 
gnore Eiiin il Rosso, lY. 9. 

STORIA VERA. Y. Vera Storia, I. t. - lY. 2. 

STRANGORE. Regno del Cavaliere senza Paìira, 
VI. 8. s 

TARPINO - Forse PUERNIERO TURPIN. Cava- 
iiere errante, lY. 36. 

TARSIANO, TRASINO o TRASSINO il BIANCO, 
fìgliuolo dei re di Norgales, IV. 40. 

VERA STORIA, I. 2. Si accenna alla fomosai sto- 
ria del re Artu e della Tavola Ritonda. 

YINCESTRI. WinckeiUr; città in Inghilterra, luogo 

di torneamenti, I. 8. 




1S2 

INDICE DI TALUNE VOCI 

CHE S' INCONTRANO NEI LANCILOTTO 



» " " 



// nianevo. nomano segna 41 Cantare, 
V arabico la Stanza. - ' * 



ABIC ARE ABBICARE. Adunare, verb. trans. 
IV. 51. 

ALTI; in alti^ in oWo, perchè gli antichi a parec- 
chi nomi singolari diedero la cadenza ora in o 
ed ora in t. Fr. Giord. Fred, xviii. « Il sole . . 
V à pósta molto in alti » IV. 4. 

AUTO; avuto» Pressò, gli antichi si levava talora 
il Ì7. « aveva auto grande amicizia » Vit. SS. 
PP. HI. 334. - I. 24. 

AVIE; aveva, dall'infinito avire, I. 42. 

BOCE; voce, scambiato' il v in 6, come odesi tut- 
todì' in parecchi luoghi d* Italia: abbocato, corbo, 
parbe, per aivvocàtOf corvo, parve ^ VI. 23,. 

BORDO ; aggettivo, V» 42. Forse- grande, dal. ger- 
mani co- 6ort^? 

CENDADO ; zendado, scambio solito della ;s in e, 
come tencioìhfiL ti, officio ^érterizione, offizio, 
VI. 45. 

CERNIRE; (fi«cemer^, configurato ai verbi della 
terza congiugazione , II. 4. Cosi è di credisse , 
da credire; credere. Guido dalle Colonne disse 
vedire per vedere. Manca ne' Vocabolari. 

CONOBE; conobbe, desinenza primitiva, a cui oggi 
si aggiugne un altro 6. Lo stesso intendasi di 
ebe, I. 23; eber, I. 24; crebe, VII. 44. per ebbe, 
ebbero, crebbe, I. 23. 

CONOSCESSE, prima persona singolare, viva tut- 
tora nel popolo toscano, cadenza regolare primi- 
genia. I. 38. 

CREDISSE: L 35. V. CERNIRE. 



123 

DALLE; darle» dare a leL Spesso per eufonia i 
classici mutarono V r in ^ come faUo per farlo, 
portaUa pei; portarla, scoprillo per Koprirlo, 
IH. 7. 

DE per die o diede f terza persona singoiare del per- 
tetto del verbo dere, IH. 25. 

Df; giorno yfi scrìtto con apostrofo, perchè gli è 
accorciamento di dia o die, V. 24 

DISTÀGTTO; angustia, affanno. Ypce mancante ai 
Vocabolari, L 31. 

DUBITO; dttfròio, VII. %\. 

EBE , EBER , I. 23 24. Y. CONOBE. 

EN ; in cangiato in e Vi del latino in, come il pro^ 
vcnzale e lo spagnuolo, HI. 42. 

tìSSUTO; participio regolare del verbo essere, al 
quale ora si preferisce stato, V ^ 4 * 

FACIEN ; terza persona plurale dell' imperfetto in- 
dicativo dall'infinito facire, aggiunto il no alla 
terza singolare facie, I. 47. 

FALLO; farlo, I. 30. V. DALLE. 

FÉ ; terza persona del passato singolare dell' infini- 
tivo fare. La non è gramniaticaggine . lo scri- 
verla senza apostrofo od accento, perchè è voce 
intera ed originale, I. 43. , 

FEDIRE ; ferire per lo scambio dell' r in d, come 
in contradio ^er contrario, I. 45. 

FERUTO; ferito, participio passato dell' antico fé- 
rère, l. 24. 

FINA RE ; cessare, finire, come arrossare e arros-- 
. sire dal provenzale finar, l. 29. 

FUGIRE - modo fugire. Ellissi, usuata nei classici; 
morfo di /li^ire, VII.. 37. 

GIIERNITO; guernito, derivato dal germanico War^ 
nituSf IV. 5. 

(jIIERRA ; guerra , parola venutaci dal tedesco We^ 
erre, IH. 29. 

GLI ; per le, a lei, dal latino illi scematone il, l. 35. 

GROLIOSO ; glorioso, metatesi, usata fino da' tem- 
pi di Giulio d'Alcamo, I. 42. 
^ GUATO ; agguato, luogo, donde altri guarda» né può 



124 

essere veduto. Dal germanico Waché. « un gun^ 
to di ben venticinque fanti » Bocc. Dee. V. 3. 
Quindi AGATARE; agguatare, H. 32. 

I; li, loro, accorciato àaìV iUe dei Latini, VII. 26. 

IDIO; Al nome DIO gli antichi premettevano un 
i per dolcezza di suono, III. 3. 

INAVERARE, NAVERARE ; ferire, dal latino v^- 
rutum, verrettone j maniera di giaviellotto, I. 21. 

INCHIESTA; d&iV enquetta prov. , nel linguaggio 
cavalleresco antico significava tm|)r«8a, onde al- 
tri va cercando avventure. diverse, VII. 43. 

INCINTO; circondato, gravato, I. 25. 

INCONFORTARE ; inanimare, VII. 9. Lo additia- 
mo ai Vocabolaristi. Quell' in aggiugnerebbe una 
certd forza? 

INDOTTARE , RIDOTTARE ; temere, dai proven- 
zali doptar, redoptar, V. 24. Indottare manca 
ai vocabolari. 

INFRIGNERE ; infrangere, dal latino infringere..- 
non s' infrignie ; n«» cessa, non si ritiene, VII. 
12. Non pare voce da disprezzare!. 

ISMERATO V. SMERATO, VII. f2. 

LUMIR. IV. I. Sarà errore di copista? Confessia- 
mo la nostra ignoranza. 

MA'; mai, Y. 4ìr. 

MAGGIO ; maggiore, dal maius latino e vìve tut- 
tavia né' composti riomaggio, viamaggio, I. 13. 

MAGINE; imagine, tolto V i come in nimico, stir 
gaio per inimico, istigato. Dante usò maginare, 
Inf. xxxì, 26, - vn. 48. 

MANICHETTA, I. 45. Le redine, principésse e da- 
me di loro corte aveano per costume tf interve- 
nire non solo ai torneamenti ; ma di offerire al 
cavaliere doni ricchi e preziosi lavorati spesso 
di lor roani. 

MENA; maneggio, trattamento, VII. 11. 

MERZÈ; mercede, pel facile scambio del e in s, 
come prenze, uffizio per prenpe, ufficio, I. 44. 

MI'; miglio, V. 45.' " 

MORINNO; terza plurale del passato, formata con 



12$ 

h sfilata del no alla terz^ singolare, raddoppia- 
ta r H , I. 2. 

NAVERARE. VII. 281 V. INATERARE. 

NICISTA : necessità-iper sincope, VI. 56. 

OGNIO, OGNE, per ogni s' incontrano di frequente 
presso gli antichi, IV. 38. 

PALADINO ; paladini o paìxitini erano que' bravi 
e valorosi uomini di Francia istituiti da Carlo 
Magno, e cosi appellati, perchè erano del paUzr 
zo reale, Optimates palatii. Erano giunti a tanto 
di onore, che se, neiderivò T aggettivo di ge- 
nìnroso, leaie. h 20. 

PERGUSSOSO ; che molto percuote, VI. 27. Que- 
st* aggettivo potrebbe trovare grafia presso i Vo- 
cabolaristi? 

PORTALLA. I. 16. V. DALLE. 

PRENZE, VII. V. MERZÈ. ; 

PRIETA; pietra, trasposizione dell' r, Qome inter- 
petre ^^v interprete, IV. 47. « scritte in vna 

Srieta » Tav. Rit. e. 443. 
PIO ; proprio , fognato. V r per una coiai li- 
scezza di lingua,.. I. 4. 
PUNGA, pugna, trasposto Vn, come ii^ vengo, ve^ 

gnOy I. 24. • , : 
RASiMAG.ARE. Questo, verbo^ Gomi3 già Smagare, 

{>Qtria i[)ascere àaìV esmaS de' Provenzali, che va^ 
e, sbi^QttimentOy soUecitudinet spavento, appren- 
sione e simili. VI. 45. 

REALE. Regaiis ; teale si disse nella bassa latinità 
il figliuolo dei re o il regolo. VII; 5. 

RIDIRILLO ; lo ridirla, I. 5. 

RIPOTTARE, L 48. V. INDOTTÀRB. 

RINGÒMENTARE , -contrario di sgomentare, né sa- 
rebbe da fargli mal viso, VII. 9. 

SBERGQ ; usbergo, dalla quale aferesi non si ritch 
n evano gli antichi « lo scudo e lo sbergo erano 
per loro difesa n Tav. Rit. e. 6. - III. 24, . 

SCOPRILLO ; scoprirlo, I. 5. V. DALLE.. 

SE, terza persona singolare indicativa, derivata na- 



136 

turalmente dali* infinito S^6, troncato da Esse- 
r«, VI. 41. 

SEGNA ; insegna, lì provenzale à setika ; e V liberti 
lo adoperò nei plorale, Ditt. 1. Y. e. 219. u Che 
ne volser cercar ìe vere segna ». Ce ne vorrete 
saper grado, signori Vocabolaristi, che avete già 
domanda, domando ; preghiera ^ preghiera? Vi. 
32. 

SMAGARE; nmtiov^re, I. n. V. RIMAGARE. 

SMERATO, ISMERATO ; smerigliato, netto, pulUo, 
da exmerare della bassa latinità, VII. 42. 

SO, terza persona plurale del presente indicativo. 
Sono si accorcia in son; e gli antichi, scemata 
dell* n, fecero so, come i provenzali dizo,nays- 
$0 in vece di dizon, dicono; naysson, nascono. 
I. I. 

SO; su, gittata via l'estrema sillaba di soso, IV. 49. 

STAFFARE. Qui non potrebbe significare - stare, 
reggersi, operare in sulla staffa? IV. 35. 

STEL ; Ostello. Aferesi che non dispiacque neppu- 
re al Boccaccio, Ninf. Fies. st. 38. ^Mossesi in- 
ver U} stello, che ben vede ». - 1. 9, 

STIFICANZA; significazione, I. 40. 

STRUZIONE; distruzione, I. 4. « dopo la struzio- 
ne della Tavola Ritonda ». Tav. Rit. e. 99. 

SUO ; sua, sue. Nel principio della lingua si adope- 
rarono de' nomi e de' pronomi invariati in ambo 
i numeri, quali sono mano, peggio, suo ed altri. 
I. 3. 

SUPERMELLÈ ; dohissimo, sopra il miele, piò che 
miele, IV. 25. 

TÈ; seconda persona singolare dell'imperativo, da 
tenre sincope di tenere, VII. 32. 

TENCIONE; tenzone V. CENDADO. I. 24. 

TORE; torre, togliere^ toUere s'incontrano presso 
gli antichi, V. 24. 

TRADE; trcuiisce, da tì^adere^ I. 6. Non si truova 
nei Vocabolari. Fu caro anche a Daùte, Inf. XI. 
V. 66. 

TRAVERSA; avversità, traversia, I. 4. « Finito 



127 

el breve di coiai traverse ». Febus Breus, 1. 9t.29. 

TRIEGA, trega, tregua, V. 22. Si desidera nei no- 
stri Vocabolari, quantunque fosse adoperato dal 
Boiardo « Che mai non vtwl con lui pace ne tre- 
ga ». L. I. e 28. st. 34. 

VE; vede, terza persona dell'indicativo singolare, 
da vere* Debbe scriversi con accento, affinchè 
non si confonda con la particella ve. VII. 26. 

VERE; vedere, I. 20. 

VÒ ; vuole, terza singolare dell' indicativo presente, 
da vorey I. 32. Ci si mette F accento, per distin- 
guerla da vo; vado. 

VOlERESI; volersi, I. 31. Gli antichi talora scri- 
vevano intero T infinito con l'affisso. Giulio d'Al- 
camo disse - avereme, e Ristoro d' Arezzo - par- 
tirese invece di averme e partir se ^ 



Finito di stampare nel Giugno del i87i. 



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